29/04/2012

 

OGGI 26 APRILE 2012:                                 

ANNO LXVII DELL’ERA SFASCISTA

Che strana libertà è mai quella che vieta di rimpiangere un tiranno defunto? Che strano tiranno fu mai quello se riesce ancora a farsi rimpiangere!?

                                                                                                                         (Leo Longanesi, 1950)

di Filippo Giannini

 

 

   Per la verità riceviamo giornalmente molte mail, qualcuna di esse merita una citazione. Ad esempio, e per iniziare, <Il 25 aprile 1945 nacque una puttana, le misero nome Repubblica Italiana>. Nel ricordo delle radiose giornate, mi sembra un po’ riduttivo (per la puttana, ovviamente), proponiamo di sostituire al sostantivo (puttana) con quello di baldracca, è più in sintonia.

   È noto, almeno per coloro che non vogliono avere le bende sugli occhi, che il Presidente Giorgio Napolitano era stato iscritto ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), poi, come ha scritto il nostro amico Alessandro “Napolitano fu folgorato sulla via di Damasco, passò (quando le cose si misero male, ovviamente)” e divenne anti, e per giustificare questo passaggio (chamiamolo così) attestò: <Il Guf, era in effetti un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste, mascherato e fino a un certo punto tollerato>. Sentiamo che a queste parole qualcuno esclama: <Ma va là, va là,  il Buon Dio mi ha dato una certa intelligenza!>. A prescindere che la certa intelligenza non è un dono divino e, infatti non tutti ne godono (vedere gli italiani di questo dopoguerra). Quanto asserito dal Presidente Napolitano si lega perfettamente con quanto abbiamo scoperto nei nostri studi e qui lo attestiamo (però non ne parlate con il Presidente). Ebbene dopo ampi studi possiamo affermare che anche Benito Mussolini si iscrisse al Partito Nazionale Fascista per combattere il regime dal suo interno. Ascoltiamo qualche risatina e il più ridacchione è il solito Giggetto. Lo guardiamo con fare di rimprovero e lui rispnde: <Io sono quello della “certa intelligenza”, tanto che ho frequentato la stessa Università del Presidente. Se quello che avete scritto fosse vero, allora perché Benito Mussolini fondò il P.N.F.?> <La tua “certa intelligenza” ha delle lacune”> rispondiamo <Se Mussolini non avesse fondato il P.N.F., come avrebbero fatto sia lui che Napolitano, e tanti altri partigiani e non, a combatterlo? Anzi, caro Giggetto, ti diciamo pure, ma non divulgare la notizia, perché, sembra, che anche Adolf Hitler e Peron abbiano fondato i loro partiti per combatterli da dentro. Infatti se non li avessero “inventati” come avrebbero fatto a combatterli?> E concludiamo: <Senti Giggetto, se non mi sai dare una risposta, fatti illuminare dal Presidente Napolitano, Lui sì che è stato “dotato” dal Buon Dio>. 

   Oggi viviamo in piena crisi economica, crisi determinata, esattamente come tutte le precedenti, dal grande capitale americano. Ma gli itagliani sono intelligenti, sono brava gente, come amano essere conosciuti, e hanno aperto con gran cuore le porte al grande capitale proveniente da Wall Street. D’altra parte non sono loro i liberatori? Quelli che ci hanno liberato dalla tirannia fascista? E qui sorge di nuovo la voce di Gigetto che urla: <Ma quali americani e americani: i partigiani ci hanno liberato!>. Alla nostra osservazione: “ma chi te lo ha detto?”, Gigetto ha esclamato, accennando ad un inchino (simile a quello che fece il capitano Schettino, prima di portare il Concordia ad arenarsi): <Il Presidente Giorgio Napilitano!!!>. Se te lo ha detto LUI, non replichiamo più.

   Ma noi  che non abbiamo un cervello così fino, come quello di Gigetto, apriamo il nostro libro di prossima pubblicazione e andiamo a leggere quello che accadde nel buio (ma quanto era illuminante quel male assoluto!: <A fine ottobre 1929 la Borsa di New York registrò un crollo dei valori azionari. L'ampiezza e la gravità della crisi si completò e si comprese ai primi di novembre. In pochi giorni, anzi in poche ore, le quotazioni persero quanto avevano guadagnato in tanti anni.

   I piccoli speculatori furono investiti per primi e subirono per­dite irreparabili; ma con il diffondersi del panico, anche i grandi finanzieri vennero trascinati nel baratro.

    Le grandi banche e gli agenti di cambio tentarono un salva­taggio raccogliendo duecentoquaranta milioni di dollari per so­stenere le quotazioni mediante acquisti massicci. Inutilmente.

La crisi di congiuntura si manifestò con violenza inaudita. La depressione economica si estese da Paese a Paese, l'onda investì tutto il globo e l'ombra della disoccupazione massiccia piombò su tutte le Nazioni.

   Vedremo come il Governo fascista affrontò questo cataclisma mondiale.

 

   Quale è e come si articola la risposta italiana alla grande crisi economica mondiale?

   Giorgio De Angelis (L’Economia Italiana fra le Due Guerre), scrive: «L'onda d'urto provo­cata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa e provvedimenti di varia natura at­tenuarono, ove possibile, i conseguenti effetti negativi soprat­tutto nel mondo della produzione (...). L'opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizione di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (...)».

   Sempre nello stesso volume, il professor Gaetano Trupiano, a pagina 169, afferma: «Nel 1929, al momento della crisi mondia­le, l'Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata; erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante con una riduzione degli oneri per interessi e le assicurazioni sociali avevano registrato un sensibile sviluppo».

   In altre parole, come avevamo già scritto, mentre nel mondo decine di persone si suicidavano per la disperazione, in Italia, anche se la crisi internazionale stava producendo diversi danni, le inizia­tive del Governo erano riuscite ad evitare che la catastrofe assumes­se quelle drammatiche proporzioni che altrove si erano verificate.

   È vero che la capacità dei ministri finanziari del Governo Mussolini e, ultimo in ordine di tempo fra questi, Antonio Mosconi, riuscirono a far sì, che negli anni fra il '25 e il '30, i conti nazionali registrassero attivi da primato.

   Vennero intraprese iniziative che ancor oggi non mancano di stupire per la quantità e la qualità dei meccanismi messi in opera e per il successo da essi ottenuto; meccanismi tutt'ora validi, an­che se, come tutti sappiamo, l'amministrazione della cosa pub­blica in questi ultimi decenni, non è priva da critiche.

   Lo Stato affrontò la crisi congiunturale spaziando «dalla poli­tica monetaria alla politica creditizia, dalla politica finanzia­ria alla politica valutaria, dalla politica agricola alla politica industriale, dalla politica dei prezzi alla politica dei redditi, dalla politica fiscale alla politica del commercio estero, dalla politica previdenziale alla politica assistenziale» (Sabino Cassese, “L’Economia Italiana tra le due Guerre”).

Così, con questa varietà di interventi, la politica economica composta da un fattivo intervento nelle attività produttive e finanziarie, lo Stato italiano nell'oculata misura rispetto a ogni al­tro Stato europeo, divenne titolare di una parte delle attività indu­striali.

   Seguendo questa impostazione, sembrò che la cura fosse quella più appropriata per il superamento della crisi, cura che comportò dei sacrifici: per sostenere le industrie, a fine 1930 si rese necessaria una riduzione dei salari dell'8% circa per gli ope­rai, per gli impiegati la riduzione variò, a seconda dell'entità delle retribuzioni, dall'8 al 10%.

   Il sacrifìcio venne, però, quasi subito compensato dalla con­trazione dei prezzi delle merci, per cui il valore reale d'acquisto ammortizzò, in breve tempo, l'entità del taglio. Questi sacrifici furono affrontati da tutto il popolo, a parte pochi dissidenti, con disciplina e partecipazione.

In alcuni casi, soprattutto da parte dei senza lavoro (l'indice della disoccupazione subì nei primi mesi del '30 un brusco incremento). Si verificarono delle contestazioni con manifestazio­ni, scioperi, a volte con serrate. Le principali agitazioni avvennero tra l'aprile 1930 e buona parte del '32; mai queste si trasformaro­no in tumulto e tutte rientrarono in buon ordine, anche se le organizzazioni antifasciste dell'estero spingevano verso azioni violente.

   Nel periodo di maggior ristagno, l'attività del Governo si svol­se in due diversi interventi: uno, immediato, che possiamo indicare come passivo, indirizzato ad assistere le famiglie più colpite dalla grande crisi; il secondo, che possiamo definire attivo, ten­dente ad incrementare gli investimenti statali nelle grandi opere.

   Fra gli interventi passivi, possiamo ricordare, oltre al taglio degli stipendi e dei salari: riduzione delle ore lavorative per evita­re, il più possibile, il licenziamento; l'introduzione della settima­na lavorativa a 40 ore (operazione che comportò il riassorbimento di 220 mila lavoratori); la diminuzione dei fitti; forte riduzione delle spese nei bilanci militari; opere di assistenza diretta, come distribuzione di buoni viveri e centri di distribuzione di pasti. Mussolini seguiva con grande cura l'esecuzione di queste disposizioni; ne fa fede un telegramma inviato al prefetto di Tori­no in data 1 dicembre 1930: «Buono viveri è insufficiente. Mez­zo chilo di pane ai disoccupati senza famiglia sta bene, ma i disoccupati con famiglia devono avere oltre il pane, il riso, il condimento e il carbone. Bisogna dare qualcosa di più del sem­plice pezzo di pane» (…>.

   Oggi leggiamo sui giornali che un altro italiano si è suicidato a causa della crisi economica: era un  imprenditore di Napoli, così siamo arrivati a decine di persone, qui in Italia, a togliersi la vita. Però la felicità è massima, avete visto o italyoti come si è festeggiato il giorno della liberazione? È possibile che nessuno si chieda “i perché”? Anche sui suicidi siamo diventati americani, come sopra abbiamo scritto, quando nel periodo del male assoluto, in Italia si lavorava, si produceva, si verificava il miracolo italiano, e, soprattutto, si era felici di vivere, in America i suicidi non si contavano. Oggi, finalmente, è un’altra cosa: che bello essere americanizzati! Che godura! E tu, lettore, non godi?

Ne è prova che Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, in altre parole proponeva un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto, Roosevelt (e questo nel dopoguerra fu accuratamene celato) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i più preparati uomini del Brain Trust, per studiare il miracolo italiano. In merito lo studioso Lucio Villari osserva: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>.

   Roosevelt inviò Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda l’episodio, tratto dal diario inedito di Tugwell in data 22 ottobre 1934 (anche l’Economia Italiana tra le due Guerre ne riporta alcune parti, pag. 123): < Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’ammnistrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>. In altre parole, anche Roosevelt per fare uscire gli Stati Uniti dalla crisi, propose il New Deal, che altro non era che una forma di Stato Corporativo fascista. Ovviamente la grande finanza, quella che aveva fatto eleggere Roosevelt, si oppose al progetto.

    Poi vennero le radiose giornate (boh!!!!), la liberazione (boh!!!!) e, in quella occasione lo scrittore Lewis H. Lapham sulla rivista Harper’s, fra l’altro scrisse: <Nel 1945 gli Stati Uniti hanno ereditato la terra (…). Alla fine della seconda guerra mondiale, quello che era rimasto della civiltà occidentale passò sotto la responsabilità americana>. Qualcuno di voi che legge queste righe potrebbe asserire che Lapham non abbia detto il vero? Forse non è vero che gli italiani, dalla caduta dell’Impero romano sono passati da uno stato di schiavitù ad una altro? Benito Mussolini tentò di rompere questa catena. Gli italyoti – per la verità non tutti, ma molti – si sono ribellati, volevano rimanere schiavi; così gli Usa ci ordinano: andate nel Kossovo; Yes ser, thank you ser, andate in Afghanistan; Yes ser, thank  you ser;  andate contro Ghedaffi; Yes ser, thank you ser. Siete felici? Chi scrive queste note, da bravo Balilla si ribella.  

    Prima di concludere debbo rispondere ad alcuni amici che mi chiedono per chi voterò. Non voto! Non c’è un partito che risponde alle mie idee.

   Ed ora concludo con uno scritto dell’intellettuale Claude Ferrere; questi nel 1946 ha attestato: <Il mio giudizio su di lui non è cambiato; Benito Mussolini nella storia d’Italia viene subito dopo Giulio Cesare. Il bene che Mussolini ha fatto all’Italia è, malgrado tutto, incommensurabile. Mussolini fu tradito, assassinato e in maniera così ignobile che il massacro dell’intera famiglia dello Zar impallidisce di fronte agli orrori che hanno accompagnato la figura del Duce e a quelli che sono stati riservati al suo cadavere. Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse benemerenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’Uomo (maiuscolo nel testo, nda) erano afflitti da un complesso di inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni or sono, per le stesse ragioni, venne ucciso Giulio Cesare>.

    Chi dovesse incontrare Giggetto, o anche Giorgio Napolitano, dica loro che chi ha scritto queste note si tiene stretto il male assoluto, lasciando a loro tutti i partigiani e, con questi, i vari Gianfranco Fini, i Togliatti, i Bersani, i Berlusconi e tutta la compagnia succeduta in quest’Itaglia (è scritto proprio così: Itaglia) nata dalla resistenza. Ma quale resistenza, ce lo spiegherà Giggetto?