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03/02/2014

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Michele Di Fio - Italia in ricordo di Alberto

Cari arditi pensatori, oggi pubblichiamo alcune righe che la Comunità militante Ostia ci ha girato per ricordare Alberto Giaquinto, giovane militante 

del Fornte della Gioventù di Ostia. ALberto Giaquinto Vive!

Aveva 17 anni…

Mercoledì 10 gennaio 1979, è passato un anno dalla strage di Acca Larentia, dove tre ragazzi di vent’anni, militante del Fronte della Gioventù, venivano trucidati. Ad un anno di distanza i colpevoli sono ancora liberi di colpire impunemente: è contro questo stato di cose che il FdG ed il Fuan, le organizzazioni giovanili del Movimento Sociale, hanno organizzato delle manifestazione di protesta in diversi punti della città; gli animi sono già caldi e la situazione è tesissima, la polizia ha infatti vietato un corteo silenzioso nel centro di Roma.

Quartiere Centocelle. I palazzi fatiscenti rendono la borgata ancora più cupa e triste. Nella zona c’è una sede della D.C., è lì che i giovani missini hanno deciso di urlare la loro rabbia, trovando in quella sede il simbolo di tante angherie e ingiustizie. Finita la manifestazione, i ragazzi cominciano ad allontanarsi, solo Alberto ed un altro camerata si attardano: sopraggiunge nel frattempo una macchina civile della polizia, una 128 bianca, dalla quale scendono due poliziotti in borghese che cominciano a seguire per qualche metro Alberto ed il suo amico. Improvvisamente uno dei due, Alessio Speranza, si piega sulle ginocchia e, come si fa al tiro a segno, tenendo la pistola a due mani, puntando con calma, spara un colpo che raggiunge Alberto alla testa.

Gli assassini spostano la loro macchina in modo da proiettare i fari su Alberto che sta morendo.

Appare chiaro ed evidente, a tutta la gente che sopraggiunge, che Alberto è disarmato; dalle testimonianze successive emerge che i due poliziotti fanno allontanare tutti i presenti, lasciando Alberto sull’asfalto per più di 20 minuti, tremante e morente; la versione ufficiale sarà che il giovane Alberto Giaquinto era armato di una pistola P38 e che quindi aveva provocato una legittima difesa da parte delle forze dell’ordine: versione poi caduta e ritrattata, arriva quindi una seconda versione dei fatti da cui emerge che la pistola non c’è ma ci sono dei proiettili in tasca. Proiettili che, guarda caso, non corrispondono affatto a quelli in uso in una P38.

All’ospedale San Giovanni dove viene trasportato in fatale e colpevole ritardo, Alberto ritrova, nella breve ora che gli resta, l’amore della famiglia accorsa in preda all’angoscia ed all’incredulità: in quel letto di morte egli appare ancora più piccolo e indifeso, lui forte, aitante e autentico inno alla vita come era. Amaca dire che avrebbe avuto tempo per scendere a compromessi, adesso voleva fare solamente quello che sentiva giusto, servire il suo scomodo, pericoloso e difficile Ideale; torna alla mente la sua cameretta con la libreria ordinata e la scrivania ancora pinea di libri, la bandiera tricolore con il simbolo del MSI, in bella evidenza.

Vengono in mente gli amici ed i camerati dell’impegno politico, con i quali condivideva anche i soldi per fare un volantinaggio o passare lunghi pomeriggi a discutere di problemi reali e attuali.

Esattamente alle ore 20:30, due ore 18 minuti dopo il ferimento, Alberto moriva. Aveva 17 anni.

Tante sono state le battaglie politiche portate avanti per il ricordo di Alberto, anche solo per la possibilità di avere una via a lui intitolata nella sua città, ad Ostia sul litorale romano; ancora più dure sono state le battaglie legali per il riconoscimento del proprio diritto a essere considerato una vittima di quegli anni.

Nell’ottobre 2002, dopo ben 23 anni dalla sua morte, Alberto ottiene giustizia. Il Ministero dell’Interno, condannato dal Tribunale di Roma, paga alla famiglia Giaquinto un indennizzo pari ad Euro 800.000,00 quale forma di risarcimento del danno per i fatti del 10 gennaio; nonostante questo, il poliziotto Alessio Speranza non è stato mai incarcerato né ha mai subito condanne per l’omicidio perpetrato ai danni di Alberto.

Questa è un po’ la nostra storia. La storia di tanti ragazzi che, come noi, hanno passato la propria giovinezza a ricordare chi ha donato la propria vita per un Ideale. Forse un ideale assurdo e utopico, ma per noi vero e schietto, che ci tiene vivi.

Abbiamo inteso la vita come un lungo, arduo percorso. Ad ogni battaglia un significato, ad ogni nome un ricordo, ad ogni lacrima la volontà di risorgere, insistere, credere. Abbiamo respirato, sofferto, gioito. Abbiamo essenzialmente vissuto insieme. Come oggi, come ogni anno nel concerto che si tiene ogni 11 di gennaio…tanti camerati per Alberto. Quante volte abbiamo pensato a Lui: l’affissione il dieci gennaio, la Messa in suo onore, i fiori a Centocelle nel luogo dove cadde. E poi parole, immagini, ricordi…e quel sogno che nel suo nome si rinnova ogni giorno.

Rivoluzione, certo. Parola grande, ardita, forte. Rivoluzione di Stato, di uomini e di progetti.

Vorremmo che oggi fossero smascherati i mercanti di ieri, i corrotti e chi compiacente ha voluto la morte di Alberto; l’oblio del silenzio sovrasti costoro, chi attentò anche col vile silenzio all’esistenza della nostra gente, chi permise che un ragazzo di 17 anni fosse colpito a morte. Siamo qui, per Alberto e i suoi fratelli. Vorremmo che le nostre parole arrivassero in alto a chi, ieri come oggi, coprendosi con l’antifascismo ha versato sangue purissimo, a chi dell’antifascismo ha fatto un valore di odio e sopraffazione, a chi strisciando ha accettato tutto in silenzio.

Sappia il buio inghiottire le vostre anime vuote. In un anelito di vento la rabbia di sempre…un sospiro, un sorriso, una carezza…Alberto è qui.

CMO – Comunità Militante Ostia