la mosca bianca

04 Giugno 2017

Articolo preso da

https://www.campohobbit40.it

 

Questo Campo… mi fa paura – Walter Jeder

In un articolo inedito, scritto per l’ Alternativa nell’estate del ’77, la cronaca di Campo Hobbit 1° :

le polemiche, le canzoni e i contenuti della storica manifestazione.

  walter jeder 77

Scansione: Lorien – Archivio storico della musica alternativa

“I vostri comizi non mi interessano. Le vostre conferenze stampa non fanno notizia. Ma questo Campo Hobbit…mi fa paura”.

Soltanto poche parole ed ecco la sintesi più verace per spiegare le reazioni degli osservatori inviati al primo Campo nazionale della gioventù. Non aspettatevi di trovarne traccia sulla stampa di regime, là dove i fatti diventano colore, distorti dalla lente deformante della malafede.

Per questo vale la pena di riferirle come le ho ascoltate: semplice frutto di un attimo di cedimento, incauta concessione alla verità, dopo tutte quelle ore passate ad ostentare studiata alterità, da bravo antifascista militante.  Perché questa frase preoccupata – rubata a mezza bocca all’ inviato di un importante settimanale milanese – rappresenta, forse, il migliore riconoscimento che la nostra sfida potesse aspettarsi.

Campo Hobbit ha fatto “paura”. Dunque parliamone: il giudizio vale una spiegazione.

Sulla qualità della “paura” chiamata in causa dal non troppo anonimo giornalista (Michele Concina di Panorama) occorre fare subito chiarezza per non essere fraintesi.

Non si è trattato certo di “paura fisica”, quella che avrebbe potuto indurre il “minaccioso” assembramento di poco più di 1500 militanti arrivati da mezza Italia. A tenerli a bada bastava e avanzava uno spiegamento di forze peggio che militare, considerato che le patrie questure avevano schierato attorno a Montesarchio un esercito di poliziotti e carabinieri. Mezzi e fatica sprecata per contenere l’entusiasmo di gente con la testa sul collo che ha dimostrato di saper tenere un comportamento esemplare.

Né la paura che il nostro bravo cronista avvertiva poteva venirgli dal clima di tensione generato dall’ eventualità di uno “scontro fisico” tra opposti estremismi, come si usa dire. Poco epico e francamente improbabile uno scazzo tra i nostri ragazzi e la collera dei locali militanti “antifascisti”, gagliardamente rappresentata dalla poderosa manifestazione di protesta che ha avuto per protagonisti 31 (diconsi trentuno) comunistelli fatti confluire dal circondario. Chi mai se li sarebbe filati!

me nere”. Li potevi vedere, incolumi ma insoddisfatti per il magro bottino. Stavano cotti dal sole, appollaiati sui tetti delle case vicine, come un branco di pappagalli, con i loro potenti teleobiettivi. Maledicendo chi li aveva spinti in questo dannato paesello con la speranza di ritrarre qualcosa di ghiotto: il brutto ceffo di qualche illustre eversore, sciabole e medaglie di una delegazione golpista, tracce furtive di un pericoloso summit di latitanti neonazisti…

Di che specie di paura parlasse il nostro democratico interlocutore è presto detto: paura dell’utilità di questo nuovo modo vincente, di fare politica e cultura, venuto a galla nel territorio della Destra. Questo evento inatteso e fastidioso, così irrituale da celebrarsi senza inviti in abito scuro in qualche prestigioso Hotel della capitale come usa il Partito!

Bisogna riconoscere che la provocazione ha fiuto e vede lontano.

La notizia potenziale che ha spinto un certo numero di giornalisti di regime e le cautissime “troupes” televisive del TG1 e del TG2 fino ad un assolato campo sportivo del Sud, stava tutta nel fondato sospetto che i cattivi soggetti della destra italiana avessero “svoltato”. Non deve essere piaciuto, nei palazzi del potere, il sospetto che qualcuno stesse rompendo il gioco dei ruoli, imboccando una strada realmente alternativa per ridare voce ai giovani. Per raccontare, attraverso la loro diretta testimonianza, le loro speranze, la loro rabbia, le loro prospettive. Per denunciare questo Paese mummificato, che va alla deriva con i suoi santuari, i suoi tabù, la sua gerontocrazia costituzionalmente tutelata.

Guardate la stizza puerile di Lamberto Sechi (direttore di Panorama) che lo spinge ad accusarci di avere tentato anche noi, i neo-squadristi del teatrino del sistema, la strada della trasgressione, quella delle “robe” intellettuali, ad imitazione degli “altri”, quelli della sinistra di Parco Lambro.

L’accusa, divertente, di aver violato il “copyright” intellettuale dei compagni è un’altra bella prova che i piccoli Hobbit hanno colpito nel segno. E li hanno spiazzati con la musica, i dibattiti, l’energia dei giornali “istantanei” autoprodotti.

L’aspetto più vistoso dell’appuntamento beneventano, quello che ha fatto più notizia, è stato naturalmente lo spazio offerto alla musica politica. Se i compagni avessero avuto l’umiltà di documentarsi meglio, avrebbero certamente scoperto, che si trattava di un discorso tutt’altro che nuovo per la nostra parte. Ma non vale la pena di spendere altro spazio per un improbabile confronto di intelligenze.

Il problema semmai dev’essere posto all’interno del nostro mondo umano, affinché il clamore sollevato da campo Hobbit non si riduca ad un isolato ed esaltante episodio di folklore politico.

Non ci sembra il caso di spiegare, ancora una volta, il senso del progetto che sta dietro allo slancio indirizzato alla creazione di un repertorio musicale tutto nostro, alla certezza che questo sia capace di esprimere meglio di cento comizi un discorso sull’uomo e sulle sue idee.

Né di ripetere come la nostra gente abbia sete di bandiere e di campi anche per spezzare il grigiore imposto dai troppi atteggiamenti burocratici e perdenti dei professionisti del tran-tran politico del nostro movimento.

Difficile negare la forza tremenda, la facilità estrema ad entrare nel costume (e, più dentro, nell’anima) di una semplice frase musicale.

La destra anticonformista aveva già imboccato la strada della canzone cabaret, oltre quindici anni fa, puntando sulla forza corrosiva della satira politica. Ma era una formula ancora troppo elitaria, chiusa nelle catacombe à la page degli addetti ai lavori: i politici, i giornalisti, certa borghesia romana. Si è andati oltre con tentativi minimi di produzione discografica, malamente distribuita, senza essere capaci di uscire dall’episodica stimolante e sfortunata, decisa sempre dalla consueta povertà dei mezzi.

Bisognava fare i conti con la cronica modestia economica e organizzativa, un’incapacità di tenere livelli professionali che troppo spesso diventava l’alibi per non fare niente in modo più serio.

In questo tunnel, fra slanci e incomprensioni, è nato ed è tramontato, per parlarci chiaro, il progetto musicale che fu centrato sul nome di Leo Valeriano, si è edulcorato il Bagaglino, si è spento lo sforzo creativo mentre chiudevano i battenti dei circoli.

La nuova ondata, quella che ha reso possibile la nutrita partecipazione a campo Hobbit, è coincisa, non a caso, con il dilagare delle nostre Radio libere. Dalla sentenza della corte costituzionale del luglio dello scorso anno ad oggi, la proliferazione delle emittenti di destra è divenuta un fenomeno che ha assunto dimensioni veramente notevoli. La sfida molto spesso spontanea e volontaristica del fare una radio contro ha creato una vera e propria “domanda”, che chiede spazio a canzoni nostre, destinate a esplorare nuovi territori musicali, a destare emozioni che coagulano spirito di comunità.

Di qui un diverso impegno a fare musica: nella certezza di poter conquistare fasce di ascolto nuove, uscendo dall’idea di un prodotto fatto e consumato in casa. Le nostre radio hanno spinto la richiesta di canzoni di lotta e nello stesso tempo ne hanno amplificato la diffusione. I gruppi musicali sono nati così, attorno alle loro antenne, o vi hanno trovato ospitalità. Non senza diffidenze e ostracismi, al solito…

Fate qualcosa, agitate in qualche modo le acque dello stagno, e provocherete, inevitabilmente, le reazioni dei contestatori di tutto, una categoria umana prossima a quella dei nullafacenti e dei mediocri: appena i temi delle nostre canzoni hanno acquistato nuova risonanza, ecco infatti saltar fuori qualcuno pronto a strillare contro questa manovra di “scimmiottamento dei riti della sinistra”. Un balla infame!

Perché il nostro andare sulla scia è collegato soltanto alla realtà pratica dell’uso di strumenti che i rossi hanno avuto da sempre e che solo oggi noi riusciamo ad impiegare. E qualcuno ci dovrebbe spiegare se i fondi del Movimento servano soltanto per eventi istituzionali e ben pettinati!

Il problema dell’originalità non si pone: ci sono radici musicali nostre che appartengono alla tradizione dei popoli europei, dai canti vandeani e provenzali ai “kreuzlied”, fino alle più recenti espressioni della musica popolare mediterranea, forme che i compagni hanno parafrasato con la solita operazione di snaturamento, riducendo autentica poesia popolare a penosi slogan politici.

D’accordo, alcune nostre canzoni di lotta risentono, in qualche caso, di frettolose orecchiature di Dylan e di Guccini. È un limite legato all’improvvisazione, tutta giocata sugli accordi fondamentali, cercati rabbiosamente sulla chitarra, alla ricerca di una musica semplice, pensata perché diventi presto patrimonio di tutti: parole e note che si facciano cantare dalla nostra gente (stonati inclusi) senza restare repertorio esclusivo di musici e vocalisti.

Campo Hobbit non è stato né un evento pop né un festival di Sanremo. Niente spazio per una sola categoria musicale o per culti narcisistici, perciò niente classifiche di merito. Ma è giusto riferire dei protagonisti della manifestazione. Fare cronaca minima cercando di individuare, allo stato attuale, le tendenze che fin qui siamo stati capaci di esprimere.

Perciò ci manteniamo ben lontani dall’intenzione di distribuire patenti artistiche riferendovi dell’apoteosi degli Amici del Vento, che hanno avuto il merito di proporre, con un lavoro largamente avanti sulla media generale, testi validi e originalità di temi musicali. Musica che piace e fa pensare.

Carlo Venturino, il fratello Marco e i suoi camerati, hanno raccontato la Milano dalla spranga facile. Storie amare, sempre intrise di una venatura caustica, capaci di spaziare dall’aborto ai Gulag sovietici, dai detenuti politici al tormentone della quotidiana “Trama Nera”.

Gli Amici del vento hanno scritto canzoni fortemente suggestive nella convinzione che il pathos (e l’inevitabile identificazione di chi ascolta) siano la chiave più giusta per entrare nel cuore dei giovani e lasciarvi il segno.

Fabrizio, ultimo acquisto del gruppo che si riferisce all’emittente milanese “Radio University”, rappresenta il tentativo di proporre una voce nettamente diversa, come timbro e impostazione, a quelle finora conosciute nell’ambito della canzone nostra.

“Una voce alla De Andrè” ha scritto la stampa. Fabrizio non è d’accordo con l’etichettatura. Ma a ben guardare si tratta tutt’altro che di una nota negativa.

A Montesarchio ha cantato una canzone inedita, dedicata all’Europa, denunciando la condizione degli europei che qualcuno ha condannato a servire stracci rossi o a stelle e strisce. Un destino al quale si può sfuggire se si è capaci di guardare in alto per cogliere nel cielo la certezza del riscatto.

Al campo, “Canzone per l’Europa”, ha attecchito subito e si è diffusa rapidamente di voce in voce, confusa ad altri motivi di presa immediata, come la divertente ballata di “Trama Nera” o la marcia incalzante di “Europa Nazione”, riproposta del gruppo napoletano “Vento del sud”. Peccato che un loro testo (che ostentava qualche truculenza di stile miliziano) sia servito alla stampa di sinistra per avvelenare l’immagine della manifestazione.

Resta intatta tutta la forza del loro piglio partenopeo, l’uso efficace del dialetto, l’improvvisazione travolgente, come nella spassosa “tammuriata” attraverso la quale i camerati di Napoli ridicolizzano i loro avversari e linciano una certa figura di sbirro zelante..

Renato Colella, si è impegnato nell’arduo compito di rivestire di note alcune tra le più belle poesie di Ezra Pound. Adattare alla scrittura musicale, senza snaturarne la dignità, la celebre Sestina di Altaforte non era cosa da poco: il ragazzo di Avellino ci è riuscito degnamente.

Marina di Roma (una voce molto personale), Enzo Matarazzo di Benevento (modestia e assieme sicurezza nell’esecuzione) e il piemontese Aldo Vigliarolo hanno presentato, tra le altre, alcune canzoni inedite.

L’esibizione di Roberto Scocco, già conosciuto per la larga diffusione della sua cassetta “Bella scrittura”, era tra le più attese. L’aspettativa non è andata delusa: il cantautore maceratese ha riproposto tutto suo repertorio con una professionalità che non ci aspettavamo, rendendo giustizia alla sua passata produzione. Con la sua esecuzione dal vivo, infatti ha riscattato la registrazione, non troppo valida, dei suoi pezzi attualmente in circolazione. Scocco è piaciuto, comunque, più come autore di ricerca linguistica o dialettale che come cantante sospeso fra cronaca e protesta.

Lo stile graffiante, la voce aggressiva e personale, Andreina (notissima fra i camerati romani) ha raccolto molti applausi con le sue canzoni, vibrate come schiaffi contro la borghesia di sempre, quella della pancia piena, del buonsenso vigliacco, del “chi me lo fa fare”.

Il gruppo di Alternativa Teatrale del Fuan di Roma ha letto, con semplicità ma reale partecipazione, alcune pagine di Brassillach e alcune lettere di caduti della RSI.

La compagnia di Canto Popolare del Sannio, invece, ha proposto il risultato di un appassionato lavoro di ricerca, compiuto – microfono alla mano – nelle campagne del sud.

Le canzoni che ha offerto ci sono parse tutte, sia strumentalmente che vocalmente, di un livello di credibilità davvero molto alto. Splendido il rifiuto di manipolare la struttura tradizionale delle musiche per renderle più appetibili al gusto contemporaneo.

Il secondo gruppo napoletano (Il Gruppuscolo) si è cimentato in un collage di quadri stile teatro cabaret. ”Napule n’ata vota” è stata una prova ben superata, in virtù più della naturale mimica e vis comica degli interpreti che dei copioni, ancora troppo fragili.

Attesissimi, per l’unicità del genere nel nostro ambiente (e anche per una defezione di un gruppo di oltralpe) gli Janus, la formazione romana portabandiera del rock puro alternativo, nazional-rivoluzionario. Nonostante qualche bisticcio con una capricciosa l’amplificazione, la performance degli Janus è stata buona. Anche le loro chitarre hanno promesso guerra al regime e monopolio putrefatti della musica contemporanea, fintamente underground.

Il rock, secondo Ladich e soci, parla il linguaggio di una rabbia che, da Kerouac in poi, non è mai stata racchiusa in eleganti confezioni di menzogne dipinte di rosso.

Il compito di chiudere il campo è toccato alla “Compagnia dell’anello”.

Peccato che il pubblico, che ha applaudito il gruppo di Padova, fosse già stato decimato dalle molte partenze. Chi è rimasto ha ascoltato altre belle canzoni inedite: ben costruite come musiche e testo. Storie rese più solide dall’aggancio esplicito alla cronaca: la morte atroce del militante francese che si è arso vivo nella sede della compagnia aerea sovietica a Parigi, la repressione in atto contro i nostri giovani, una chiave di lettura dura e originale per spiegare la rivolta degli atenei.

Resta nell’aria l’eco di molte parole di lotta, mentre qualcuno ammaina la grande croce celtica di Campo Hobbit e già si lavora al progetto del prossimo impegno, ancora una volta severo ed entusiasmante.  Esperienze distanti anni luce dal gallinaio variopinto dei detrattori a tassametro, i molti ometti che ancora si affannano a starnazzare lezioni di buonsenso nelle retrovie della nostra meravigliosa avventura politica.

 

Walter Jeder