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10/09/2010

 

COSI’  E’  ANCHE  SE  L”UNITA”  NON  LO  HA  MAI  DETTO

Questo per avere solo un’idea contro quali personaggi i fascisti avevano a che fare

Ovviamente operando i dovuti distinguo

di Filippo Giannini

 

   Qualche giorno fa un amico lettore, Gianmarco Dosselli mi chiese notizie sull’attentato avvenuto a Milano, in Viale Abruzzi, l’8 agosto 1944. Il signor Gianmarco Dosselli, inviò le notizie a me richieste ampliandole, probabilmente, con altre di fonte diversa, al giornale Bresciaoggi e da qui nuovamente a me rispedite con una diversa interpretazione dei fatti, questi a firma del signor Renato Bettinzioli, probabilmente un redattore del giornale bresciano. Dato che il signor Bettinzioli, a mio modo di vedere ha stravolto i fatti, ritengo mio dovere intervenire. E essenziale  una premessa. Dato che l’attentato in questione fu opera di uno o di un gruppo di partigiani, esaminiamo chi erano e come operavano i partigiani. E da ricordare, prima di iniziare, che immediatamente dopo l’8 settembre 1943, da Radio Bari, poi da Radio Salerno e da Radio Napoli, tutte sotto controllo Alleato, venivano lanciati quotidiani appelli incitanti ad uccidere i fascisti. Questo per preparare l’ora del soviet italiano ed eliminare chiunque avesse potuto, in qualche modo,  opporsi al disegno comunista. Ed i comunisti si misero immediatamente e diligentemente al lavoro.

   Per non perdere tempo anticipo che il partigiano era un illegittimo combattente, in altre parole un fuori legge, quindi, se questo è vero, un fuori legge se uccide qualcuno commette un omicidio.

   Ciò premesso, osservo che chiunque per operare nell’ambito legale deve assoggettarsi alle leggi vigenti. Il partigiano operava in codesto ambito? Apriamo il volume riguardante il Diritto Internazionale, a pag. 583 e seguenti, leggiamo: <Il termine legittimi combattenti si riferisce alle persone fisiche che possono esercitare la violenza bellica senza compiere, per questo solo fatto, alcun illecito di diritto internazionale o interno (…)>. Mi riferisco alle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907 (quindi concepite a quasi mezzo secolo dall’inizio del Secondo Conflitto mondiale, nda) e alla Convenzione di Ginevra del 1929. Per brevità (il lettore che volesse approfondire può consultare il volume da me indicato) riporto: <(Sono legittimi combattenti) purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi di guerra>. Il partigiano, almeno per come lo conosciamo e per come più avanti approfondiremo la conoscenza NON rispondeva ad alcuna di queste imperative condizioni: di conseguenza era un illegittimo combattente. I combattenti della Repubblica Sociale Italiana rispondevano a tutte le suddette condizioni, di conseguenza erano legittimi combattenti. Ma le suddette Convenzioni Internazionali prevedevano anche: <Una terza categoria comprende i cosiddetti movimenti di resistenza organizzati in territorio occupato dal nemico. Ai loro membri non è fatto obbligo d’indossare l’uniforme militare: debbono recare un distintivo fisso e riconoscibile a distanza. I loro comandanti devono agire in collegamento con il governo legittimo (?) ed assicurarsi che le armi vengano usate apertamente. Ai combattenti di questa categoria è fatto divieto di agire individualmente, tranne che in casi determinati, nei quali se fatti prigionieri essi devono dimostrare la loro appartenenza al corpo dei combattenti volontari>. Poco più avanti, pag. 584, si legge: <Gli illegittimi combattenti vengono ovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale>. Poco più avanti ancora, quasi per sanzionare la severità di quanto prescritto, leggiamo: <La rappresaglia si qualifica innanzitutto come atto legittimo (…). La rappresaglia, condotta obbiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. Ma tale qualifica non è sufficiente ad individuare la natura giuridica fondamentale. La rappresaglia è, fondamentalmente, una sanzione, cioè una reazione all’atto illecito, e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito>.

   Ed ora esaminiamo alcuni esempi di come veniva concepita la lotta partigiana. Come ulteriore premessa è bene ricordare che degli oltre 800 mila legittimi combattenti della Rsi, non uno si arruolò per combattere contro altri italiani, ma solo per contrastare l’invasione anglo-americana che proveniva da sud. Qual’era la tecnica bellica partigiana? E chiaramente espressa dal partigiano Beppe Fenoglio ne Il partigiano Jonny: <Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale>. Così il 29 settembre ’43 cadde assassinato il giovane volontario Salvatore Morelli; due uomini nascosti in un cespuglio freddarono il diciottenne studente. Morelli fu solo il primo di una lunga serie di uccisi alle spalle, beninteso. Decine e decine di altri aderenti alla Rsi caddero per mano degli illegittimi combattenti. Per ordine di Mussolini sino a metà del mese di novembre non venne applicato il diritto di rappresaglia. Un elenco sommario dei caduti viene riportato nel libro di E. Accolla Lotta su tre fronti.

   A cosa tendevano questi attentati? Le finalità riportate dall’ex fascistissimo poi super antifascista e capo partigiano Giorgio Bocca, fanno rabbrividire; ecco come Giorgio Bocca intendeva la lotta partigiana: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Quale mente diabolica può giustificare una lotta avente queste finalità? Vi ricordate il Presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini quando si recava a rendere omaggio ai martiri delle Cave Ardeatine? Vi ricordate come si guardava attorno per accertarsi che ci fossero le camere per le riprese TV, mentre si asciugava la lacrimuccia che gli sgorgava pietosa? Ma non ricordava, in quel momento, che era stato uno degli artefici della morte di quegli sventurati in quanto uno dei capi del CVdL, quindi uno degli autori dell’ordine dell’attentato di Via Rasella che ebbe come conseguenza la rappresaglia delle Cave Ardeatine? Ma certo che lo sapeva, come sapeva che i tedeschi si sarebbero avvalsi del diritto di rappresaglia! La verità è che tanti furbacchioni sapevano che quei morti avrebbero fruttato onori e prebende. Così a Cuneo, così a Marzabotto, come a Via Rasella e cento e cento altri casi simili. Boia se si è presentato un attentatore, uno solo ad assumersi le responsabilità e salvare gli ostaggi. Per la verità uno ci fu. Quel certo Salvo D’Aquisto, ma Lui non vale: era un fascista riconosciuto.

   Ed ora veniamo all’attentato dell’agosto 1944.

   Propongo la testimonianza di Franco Bandini, venuto a mancare, purtroppo, pochi anni fa. Bandini fu uno dei più attendibili storici e testimone diretto di quei terribili giorni. Egli ha scritto (Il Giornale, 1/9/1996): <Al principio dell’agosto 1944, gli Alleati sono ormai arrivati agli Appennini, e dai ravvicinati campi d’aviazione i loro cacciabombardieri sciamavano ogni giorno sulle strade della pianura Padana centrale, mitragliando qualunque cosa si muova, perfino il singolo ciclista. L’afflusso di viveri dalle campagne si riduceva quasi a zero e si cominciava a soffrire letteralmente la fame (…). Ed è subito crisi grave per i bambini, soprattutto per i neonati. Le loro madri hanno poco latte. Spinto da impulsi personali e del tutto isolati, che ci rimarranno per sempre sconosciuti, ci pensa un anziano maresciallo della Wehrmacht  che quando può e come può fa il giro delle campagne più a portata di mano, si rifornisce di latte e lo parcheggia senza orari fissi, ma sempre nello stesso luogo, all’angolo tra Viale Abruzzi e Piazzale Loreto (…). Attorno al camioncino la folla dei padri e delle madri si divide il latte, con quella fratellanza che viene dalla comune disgrazia. Alle nove una mano inavvertita depone sul sedile della guida il suo ordigno mortale. Nell’esplosione e poche ore dopo muoiono sei bimbi, una donna che non sarà mai identificata e due giovani padri. Tra i tredici feriti gravi altri sei tra bambini, madri e padri, spireranno il giorno dopo, portando il bilancio finale a 15 morti, sette feriti gravi e qualche decina di leggeri. L’unico che se la cava è il maresciallo tedesco, per cui la strage rimane affare italiano al novantanove per cento. Quando un furibondo Comando germanico della Sichereit ingiunge a quello italiano di procedere a una rappresaglia (giusto quanto ha riportato Giorgio Bocca, nda) nella misura di uno per uno. Piero Barini, Prefetto, si dimette, il Cardinale Schuster interviene con slancio e coraggio, e lo stesso Mussolini protesta con violenza. La verità è che la Repubblica di Mussolini e le stesse forze tedesche stanno camminando su un filo del rasoio (…)>. Seguendo la regola ormai convalidata, Visone, o chi per lui non rispose al bando che preavvertiva la rappresaglia qualora il responsabile non si fosse presentato. Così il 10 agosto vennero prelevati dal carcere di san Vittore quindici persone e fucilate a piazzale Loreto. Ma il cerchio (che poi fu una spirale) non si chiuse con questo fatto doloroso. Seguirà la rappresaglia alla rappresaglia: i partigiani fucilarono a loro volta 45 militari italiani e tedeschi caduti nelle loro mani (30 italiani e 15 tedeschi).

    Quanto riportato è solo un episodio di una faida nazionale che è, ancora, tutta da scrivere. Mi auguro che quanto sopra trattato risulti chiaro il mio dissenso dalla tesi del signor Renato Bettinzioli in quanto, ripeto, confido più nella testimonianza di Franco Bandini che in quella del tanto politicizzato signor Bettinzioli.

   Prima di terminare desidero proporre una notizia che, molto probabilmente, è sconosciuta alla maggior parte dei lettori. Riprendiamo il volume Diritto Internazionale e apriamolo a pagg. 794-795 e leggiamo: <(…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei Regolamenti dell’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto (…)>. Quindi il Diritto di rappresaglia se era riconosciuto e consentito nel periodo bellico, alla fine del conflitto venne proibito in modo tassativo. Allora chiedo: perché quando detto Diritto era lecito viene continuamente ricordato e condannato, mentre quando il Diritto di rappresaglia, venne tassativamente proibito, i Paesi che ne fanno uso, e tutt’ora se ne avvalgono, non vengono mai ricordati? E mi rivolgo alle rappresaglie commesse dai sovietici in Afghanistan, dagli anglo americani in Corea, in Vietnam, in Irak e, ancora, in Afghanistan. E gli israeliani che per il ferimento o per la morte di un loro connazionale hanno scatenato e scatenano rappresaglie su inermi civili causando morti, feriti e distruzioni.

   Spero di avere una risposta a questo quesito, magari dal signor Renato Bettinzioli. Così che, dato che chi scrive queste note ha una sua risposta, possiamo vedere se, almeno su un punto, le nostre idee possano collimare.