09 DICEMBRE 2009

 

CARO SILVIO, DAI UNA FRENATA

di Filippo Giannini

 

   È di questi giorni, dicembre 2009, una serie di note da parte della stampa statunitense che accusa gli uffici giudiziari del nostro Paese, di incapacità e di disonestà. E questo a seguito della condanna di una giovane cittadina americana a ventisei anni di carcere per omicidio. Il tutto si innesta in un momento nel quale questo infelice Paese è avvolto in una serie di scandali che vede il “pentito” (chiamiamolo così) accusare niente di meno che il Presidente del Consiglio di collusioni mafiose. La vice presidente Hilary Clinton e i più alti esponenti Usa scendono in piazza reclamando “una verifica” su come è stata condotto il procedimento giudiziario. Sì, siamo giunti a questo: una Potenza straniera che interferisce sulla procedura penale del nostro Paese. Scriverei che sarebbe cosa inaudita se non avessimo tanti precedenti e non ricordassimo il Trattato di Pace (Diktat) che ci fu imposto nel 1947. E allora tutte le cose prendono la giusta collocazione. L’America è la padrona del mondo e noi siamo i loro lacché.

   Anche se questo tema mi affascina, mi avvilisce e mi demoralizza, non di questo volevo trattare; il titolo CARO SILVIO DAI UNA FRENATA”, riguarda una frase pronunciata dal primo lacché degli Usa: Silvio Berlusconi. Egli ha detto che mai nella storia italiana si ebbero tanti successi nella lotta contro la criminalità organizzata come sotto il suo governo.

   Sì, CARO SILVIO, DAI UNA FRENATA, ed ecco i motivi per cui voglio ascoltare lo stridor dei freni, perché nulla, e ripeto nulla, fu fatto bene in questa repubblica nata dalla resistenza.

   Ed ecco come Benito Mussolini affrontò e risolse il problema mafioso.

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   Mussolini approdò in Sicilia, a Palermo il 6 maggio 1924. Era in programma una visita ufficiale di quindici giorni.

   Da continentale, aveva una visione vaga della mafia, ma ben presto la sua conoscenza su quel fenomeno si sarebbe ap­profondita.

   Acompagnato in auto, a Piana degli Albanesi, dal sindaco di quella cittadina, Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che ostentava sul petto la Croce di Cavaliere del Regno, pur es­sendo stato chiamato in giudizio per omicidio in otto processi, tutti risolti per insufficienza di prove, Mussolini avvertì un certo imbarazzo per il comportamento del notabile seduto al suo fianco.

   Don Ciccio, osservato che il suo ospite era seguito da alcuni agenti, confidenzialmente diede un colpetto sul braccio di Mussolini e, ammiccando, gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».

   Mussolini non rispose, ordinò di fermare la macchina e di far ritorno a Palermo.

   Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani e fu una dichiarazione di guerra alla mafia: «Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l'incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

   Mussolini rientrò a Roma il 12 maggio e il giorno dopo con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncarda e chiese ad essi il nome di un uomo idoneo a battere il feno­meno malavitoso siciliano. Federzoni propose Cesare Mori. Mus­solini ordinò che venisse immediatamente convocato e, conferen­dogli l’incarico, gli raccomandò: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

   Il Governo Giolitti aveva già inviato, precedentemente, Cesare Mori in Sicilia per combattere il fenomeno mafioso. Pur avendo dimostrato note­vole perizia, Mori non era riuscito a conseguire un apprezzabile risulta­to, dati i limitati mezzi legislativi conferitigli.

   Il successo dell'azione di antimafia dipendeva dalla serietà e dalla reale volontà del Governo fascista di recuperare la Sicilia allo Stato. La risposta la dette lo stesso Mussolini: «II fascismo, che ha libera­to l'Italia da tante piaghe cauterizzerà, se necessario, col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana».

   Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse dell'opera dell'ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri e già a fine anno 1925 ottenne i primi successi: oltre 700 arresti di mafiosi accusati di omicidio, abigeato, grassazione, operati con fulminee azioni nelle Madonie, a Misilmeri, a Marineo, a Piazza Armerina. Seguì un'operazione, forse la più spettacolare, nel comune di Gangi, tra Nicosia e Castelnuovo, dove da oltre un trentennio spadroneggiavano le bande degli Andaloro e Ferrarello, bande che vennero interamente catturate.

   Marzo e aprile 1926 videro nuovi successi e nuovi arresti a Termini Imerese, a Marsala, a Mazzarino, a Castelvetrano, a Gibellina. Così di seguito, mese dopo mese, centinaia di arresti liberarono dalla piovra ampie aree della Sicilia.

   Il 26 maggio 1927, in apertura del dibattito sul bilancio dell'Interno, Mussolini tenne alla Camera uno dei discorsi più famosi e più interessanti ed anche uno dei più lunghi: il cosiddetto discorso dell'Ascensione, di cui citiamo un passo: «E tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, io voglio spogliare questa associazione brigantesca da tutta quella specie di fasci­no, di poesia, che non merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia, se non si vuole veramente insultare tutta la Sicilia. Vediamo. Poiché molti di voi non co­noscono ancora l'ampiezza del fenomeno, ve lo porto io sopra un tavolo clinico: ed il corpo è già inciso dal mio bisturi».

   Così Mussolini scandisce momenti e cifre dell'offensiva sca­tenata dal fascismo contro il fenomeno mafioso: successi ottenuti non solo in termini di repressione, e di miglioramento dell'ordine pubblico. Ma il successo maggiore fu l'aver ripristinato l'autorità dello Stato. Ecco i dati: rispetto al 1923, nel 1926 gli omicidi era­no passati da 675 a 299, le rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815, gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2.

   Sono successi significativi che avvalorano la capacità operati­va del prefetto Mori. Questi, continuando nella sua operazione, punta su patrimoni sospetti: si aprono inchieste sulle amministra­zioni comunali, si indaga sui beni di cui godono famiglie so­spette e si pretende che ne venga dimostrata la liceità, pena la confisca.

   A tutto ciò faceva seguito la continua attenzione di Mussolini che sollecitava, con lettere e telegrammi, di perseverare nell'azio­ne e l'accelerazione dei processi.

   Nel 1929 l'opera del prefetto di ferro si poté considerare conclusa con l'indiscussa vittoria del nuovo Stato sulla mafia.

   La storiografia del dopoguerra, per motivi facilmente intuibi­li, sostiene che Mori fu allontanato perché cominciava a colpire in alto. I fatti dimostrano il contrario e cioè che Mori colpiva dove c'era da colpire, indipendentemente dai nomi, coerentemente alle disposizioni ricevute al momento dell'incarico.

   Certamente si cercò di fermare l'azione dello Stato in diversi modi. Una petizione fu inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanasi, con la quale si chiedeva di allontanare «l'antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi». La risposta di Mussolini fu fulminea: l'immediata espulsione dal partito dei fir­matari della petizione. Per gli stessi motivi, a febbraio 1927, ven­ne sciolto d'autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, ad­dirittura, il segretario, On. Alfredo Cucco, che fu poi processato e assolto.

   Un ufficiale della Milizia, accusato di connivenza con la cri­minalità, fu condannato a dieci anni, tutti scontati.

   Nel maggio 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

   La mafia per sopravvivere dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano.

   Lo scorso anno andai per pochi giorni di vacanza in Sicilia. Un giorno entrai in un negozio di artigianato e mi intrattenni per alcuni minuti con il proprietario, una persona colta, di “una certa età”. Ebbene egli mi assicurò che quando sbarcarono gli anglo americani in Sicilia – e questo me lo ha garantito – le truppe di invasione erano precedute da drappelli, quasi sicuramente di siculo-americani, che innalzavano una bandiera color oro, dove al centro era ben disegnato una doppia “L”. Quel signore mi ha garantito che quel simbolo indicava Lucky Luciano”, un famoso mafioso “vittima del Fascismo” fuggito negli Usa negli anni Venti-Trenta. Su questa testimonianza non posso porre il sigillo dell’autenticità; ma è noto che gli Usa utilizzarono la mafia americana per invadere la Sicilia. In merito a questa testimonianza invito i lettori a documentarmi se a conoscenza di particolari.

   Don Calogero Vizzini, uno dei capi della mafia, indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei Comuni e delle Province. Genco Russo, boss mafioso che Mori aveva confinato a Chianciano, ottenne la Croce di Cavaliere della Repubblica in quanto gli venne ricono­sciuta la qualifica di vittima del fascismo.

   Certamente Mori si avvalse di poteri eccezionali, indispensa­bili e proporzionati alla pecularietà del fenomeno mafioso. Que­sto è stato ben compreso ed esposto nel 1929, nel corso del  processone contro la mafia, dal deputato fascista Michelangelo Abisso, patrono di Parte Civile. Nella sua lunga arringa fra l'altro ammonì: «La vittoria contro la delinquenza non è un fatto iso­lato: essa va inquadrata nel nuovo ordine di cose, nel nuovo metodo di governo; in breve, è la più tangibile manifestazione dello Stato forte e veramente sovrano (...). Debellato il male, occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero cura ri­costituente, occorre ritemprare l'organismo, in modo che pos­sa vittoriosamente resistere ad un nuovo attacco. Occorrono strade principali e soprattutto agrarie attraverso le quali il la­voro e la civiltà possano toccare quelle zone remote e deserte che finora furono solo accessibili alla barbarie e al delitto; oc­corrono acqua e luce, telefoni e scuole che vincano gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza, occorrono opere di ir­rigazione e di bonifica che consentano un più intenso sfrutta­mento delle aride zolle ed impediscano il depauperamento del­la razza, l'insidia della malaria; occorrono la piccola proprietà ed una sempre più illuminata giustizia nei rapporti tra lavoro e proprietà, sempre chiusa nella concezione gretta del privile­gio e restia alle influenze delle correnti nuove che travolgono le dighe e aprono irresistibilmente le vie dell'avvenire».

   All'opera di Mori farà seguito quella del Governo, impostata su un grandioso programma di interventi, anche se ostacolata da una serie di difficoltà di origini esterne e, alla fine, forzatamente interrotta dalla disfatta militare.

   Termino citando lo storico Emil Ludwig: <Mussolini sognò col Fascismo una grande Nazione. Si mise all’opera per trasformare il sogno in realtà. Creò la Nazione Italia e questa è una delle ragioni della sua grandezza di fronte al mondo e alla Storia>.

   Voglio anche ricordare il rimprovero che partì dalla ,penna del più grande giornalista svizzero Paul Gentizon: <Tra i milioni di suoi compatrioti ai quali aveva reso l’orgoglio di essere italiani, non se ne è trovato uno solo, nell’ora suprema, per ricoprirlo pietosamente con un lenzuolo, e di chiudergli gli occhi. E’ la sorte dei Grandi>.

    E concludo: <Dopo l’epoca dei Grandi succede quella dei Quaquaraquà>.