29/06/2009

DIECI PUNTI

DEL

FRONTE NAZIONALE

Di ADRIANO TILGHER

 

 

FRONTE NAZIONALE

 

 

  1. La storia

Il Fronte Nazionale nasce nel 1997 dalla confluenza di due differenti realtà: una consistente scissione della Fiamma Tricolore di Pino Rauti, determinata dall’espulsione di alcuni dirigenti di spicco di quella struttura (Enzo Erra, Tommaso Staiti, Adriano Tilgher, ecc.) e la contestuale adesione di una serie di associazioni culturali, riviste, giornali e partitini minori facenti riferimento ad una identità comune e condivisa. Il primo elemento di condivisione è l’amore per l’Italia, il secondo la costruzione di uno stato sociale che, partendo dalla visione gentiliana della vita, attraverso una nuova e diversa concezione del lavoro, non più costo di produzione ma elemento fondamentale per la dignità e la crescita dell’uomo e della comunità che si fa popolo, ponga dei limiti precisi al liberismo sfrenato.

Questa posizione,originale per i tempi, pone il Fronte fuori dagli schemi consueti di destra e sinistra ed ancor più da quelli estremi. Questa originalità porta a  concreti successi elettorali, ma, la intransigente chiusura a qualsiasi tipo di compromesso, crea grosse difficoltà soprattutto a livello economico. La libertà di collocazione politica, però, permette notevoli consensi. Sono da ricordare la possibilità di appoggio a Veltroni al ballottaggio per il suo primo mandato a sindaco di Roma, la partecipazione al corteo organizzato dalla CGIL contro l’abolizione dell’art. 8 dello Statuto dei Lavoratori, la denuncia dell’impoverimento generalizzato causato dalle modalità di introduzione dell’euro, ecc.

I problemi economici hanno frenato questa corsa all’occupazione dello spazio del malessere sociale e ci si è dovuti ripiegare sull’area di provenienza cercando, dapprima, l’unità con gli altri soggetti (in particolare la Fiamma Tricolore di Pino Rauti) che, come al solito, facevano fallire il tentativo, e, poi, costruendo il cartello elettorale con Alessandra Mussolini, Forza Nuova e la Fiamma Tricolore. Quest’ultima, come d’abitudine, si tirava fuori all’ultimo momento. Questo fatto, unito alla mancata realizzazione del partito unico e ai continui tentativi di egemonizzazione dell’estremismo di Forza Nuova, faceva fallire anche tale operazione che però consentiva il parziale risanamento della situazione economica.

In questo momento il Fronte ha un patto federativo con la Destra di Francesco Storace ed è impegnato a togliersi di dosso l’etichetta di estrema destra che certe alleanze scomode, ma necessarie, del passato gli hanno nuovamente gettato sopra.

 

  1. I riferimenti culturali

L’attualismo di Giovanni Gentile, la visione di nazione e di Europa in Dante Alighieri, la difesa dei Valori di Julius Evola, l’antidogmatismo di Ugo Spirito, la concezione del lavoro di Filippo Corridoni, la valorizzazione del lavoro e la critica al liberalismo di Pierre Joseph Proudhon, la concezione della socialità nello stato di Beppe Niccolai, la visione dinamica ed universale della politica di Berto Ricci, la interpretazione della Repubblica e dell’Europa in Giuseppe Mazzini, la geopolitica di Carlo Terracciano, il pragmatismo trascendentale di Adriano Tilgher, lo stile ed il comportamento in Niccolò Giani

 

 

  1. La collocazione politica

Ortega y Gasset sosteneva che definirsi di destra o di sinistra era un modo per darsi                         dell’imbecille. D’altra parte queste, come tutti sanno, sono attribuzioni “geografiche” date alle     posizioni tenute sui banchi nei vari parlamenti costituitisi nella storia. In genere a destra si collocavano i difensori dello statu quo, agli inizi  monarchici, capitalisti, latifondisti, insomma     coloro che volevano difendere il proprio potere personale; a sinistra i nuovi ricchi ed i ceti emergenti, commercianti e borghesia, che volevano ritagliarsi la loro porzione di potere a danno di chi lo deteneva. Tutto questo sfruttando il malessere dei popoli ed utilizzandolo per i propri fini.

Da queste origini i due termini si sono evoluti ma la logica, anche se più raffinata, è rimasta immutata.

La destra oggi rappresenta la difesa delle porzioni di potere acquisito attraverso la tutela di quanto viene ritenuto positivo per il popolo. La sinistra,invece, cerca, attraverso il nuovo, di attaccare il vecchio, sia nelle cose positive, sia nelle cose negative. Il tutto sempre cercando di conquistare l’appoggio dei popoli per ritagliarsi una fetta maggiore di potere personale.

Questo dualismo si è cercato di superare in due modi: uno formale, il centrismo; l’altro concreto, la terza via

Le forze, che si sono definite di centro, hanno cercato di superare, e spesso ci sono riuscite, la dicotomia destra sinistra nel nome della tutela del proprio interesse. La Democrazia Cristiana in Italia ne è stato un chiaro esempio: finché la magistratura non ne ha scoperto i decadenti  interessi, è stato un partito coeso.

La terza via ha invece tentato di sintetizzare gli aspetti positivi delle due componenti, intendendo per positivo tutto ciò che è utile ad una crescita della comunità popolare. Per esempio la nostra valutazione del ventennio fascista lo indica come sintesi tra nazionalismo interventista (fenomeno tipicamente di destra a tutela della Patria e dei valori essenziali dell’uomo) ed il sindacalismo rivoluzionario (fenomeno tipicamente di sinistra che rivendicava una nuova concezione del lavoro come elemento centrale di una società basata sulla dignità dell’uomo). Lo stesso Ugo La Malfa, uno dei padri fondatori di questa repubblica, su La Voce Repubblicana del 21 settembre 1968, scriveva

 

...sia il sistema capitalista,sia il sistema socialista,presentano dei grossi inconvenienti.Perché

il sistema capitalista avverte la mancanza di alcuni valori propri delle società socialiste (la pre-

minenza dell'interesse pubblico, l'eliminazione del contrasto di classe), mentre il sistema so-

cialista avverte la mancanza di alcuni valori del sistema capitalista, come la molla del profitto,

la maggior efficienza produttivistica, la compatibilità con alcuni valori di libertà politica....La

società ideale sembra essere quindi quella che non è rappresentata né dalla società capitali-

stica, né dalla società socialista di oggi.

    Oggi c’è bisogno di una nuova sintesi per superare la conduzione neoliberista della società, sposata, anche se in maniera apparentemente            diversa,         da entrambe gli schieramenti di destra (Pdl) e di sinistra (Pd).

 

  1. I temi politici

-          La nuova identità.  Traendo spunto dall’attaccamento al territorio e da un certo risveglio dell’identità nazionale, auspichiamo la costruzione di un nuovo senso di appartenenza  che ridefinisca la comunità partendo dal campanile per arrivare al territorio culturalmente omogeneo ed esaltare infine la costruzione di un’Europa dei popoli, come strumento unico di autonomia politica, di riscatto sociale e di riferimento culturale per i paesi del terzo mondo.

-          Il lavoro  Dobbiamo capovolgere la concezione liberista del lavoro come costo di produzione perché, per dirla con Proudhon, il lavoro è l’unica ricchezza dell’uomo. Con il lavoro l’uomo può tutelare la dignità propria e della famiglia e, quindi, può consentire lo sviluppo della comunità di appartenenza. Pertanto o si considera il lavoro con la stessa valenza dell’apporto di capitali, pervenendo alla socializzazione delle imprese per giungere, poi, alla socializzazione dello stato, come massima forma di partecipazione alla vita politica della Nazione, oppure si deve almeno introdurre un nuovo concetto: “ il valore sociale dell’utile” che, in parole povere, significa l’esistenza di un’aliquota del profitto che deve tornare alla comunità.

-          Lo stato sociale   Premesso che socialità non è assistenza e tantomeno elemosina, uno stato è sociale se riesce a garantire a tutti i cittadini, a prescindere dalle condizioni di censo, sesso, età, religione o razza, le stesse opportunità. Deve pertanto assicurare a tutti un’istruzione paritaria, ma selettiva, che consenta l’accesso a tutti i livelli lavorativi a secondo delle reali capacità individuali. Rendere accessibile e fruibile l’indispensabile assistenza sanitaria adeguata alle necessità, sia in fase preventiva che in fase curativa.Tutelare coloro che per malattia, menomazione o età non sono in condizione di fornire un apporto concreto e completo allo sviluppo sociale , considerandoli comunque un ricchezza sociale.

-          L’usura bancaria   Il principale elemento di distorsione monetaria è rappresentato dal tasso bancario, che spesso raggiunge livelli usurai, strozzando in tal modo l’economia e rendendo difficile lo sviluppo di nuove attività. Tutto questo comporta un rallentamento, se non un vero freno, per la crescita economica della comunità che può essere rilanciata attraverso tre importanti riforme: l’ attuazione del “valore sociale dell’utile”, il calcolo marginale, garantito dallo stato, per le nuove iniziative e la proprietà popolare della moneta.

-          L’autodeterminazione dei popoli   Questo principio, fondamentale a casa nostra, deve essere universalmente riconosciuto a tutti i popoli, evitando così l’ingerenza, non richiesta, nelle cose altrui, causa prima dei conflitti di questi ultimi anni.

 

  1. Lo stile  Il primo impegno di lotta politica è una vasta campagna di moralizzazione della politica stessa che porti ad una moralizzazione della società. Il che non vuol dire solo eliminare il fenomeno della corruzione, che di per sé è un fatto criminale, ma anche debellare il malcostume imperante. La raccomandazione, il voto di scambio, i favoritismi, gli accordi sotto banco, le promesse personali, i privilegi della casta, l’arroganza del ruolo sono fatti da cui bisogna totalmente prendere le distanze. Il che vuol dire che si deve tornare a parlare di stile nella politica con la necessità di organizzare dei corsi di formazione che abbinino alla formazione politica vera e propria un decalogo comportamentale

 

  1. I rapporti con gli altri

-          Il discrimine tra noi e gli altri è dato prima di tutto dai dati comportamentali ed etici. Lo stile è per noi il primo elemento di riconoscimento e rappresenta un fatto nuovo e per certi aspetti “rivoluzionario” nel panorama politico nazionale.

-          L’altro elemento di riconoscibilità è dato dalla proiezione esistenziale. Considerare la politica un importante fattore culturale vuol dire nobilitarla agli occhi dell’opinione pubblica e quindi riconciliare il rapporto tra la gente e la politica stessa. Ristabilire la supremazia della politica sull’economia significa uscire dagli schemi imposti dal liberismo  e poter finalmente costruire un reale stato sociale.Scegliere di vivere secondo le libertà positive vuol dire rispettare le leggi  e le libertà positive degli altri, siano essi singoli cittadini o popoli. Questo si chiama comunitarismo. Considerare la solidarietà un valore vuol dire aiutare realmente il prossimo, non con una carità pelosa priva di progettualità conclusiva, ma attuando tutte le formule che possano risolvere alla radice i problemi degli altri. Questo si chiama solidarismo.

-          Il terzo elemento di distinzione è rappresentato dal modo in cui ci si pone rispetto ai problemi ed alla realtà: mai avventurista, senza recidere il collegamento profondo con le proprie radici e con la propria  storia, ma anche sempre rivolto in avanti, senza indulgere in alcun modo verso ciò che è passato o verso quello che poteva essere ma non è stato.

-          L’ultimo punto di valutazione dei rapporti con gli altri è dato dal riscontro sulle tesi politiche.Una nuova identità politica animata da un forte senso di appartenenza, la necessità di costruzione di uno stato autenticamente sociale fuori dallo schema perverso del liberismo imperante, il rispetto dell’identità del vicino, sia esso singolo o comunità, e delle sue libertà positive diventano dati essenziali per scegliere i compagni di strada

Tutto questo ci fa comprendere come parecchi di coloro che vengono comunemente associati alla nostra area hanno molti pochi punti di contatto e di identità con noi.

 

  1. Razzismo   Il razzismo, inteso come supremazia di un popolo o etnia su un altro, non ci appartiene e va condannato in tutte le sue manifestazioni. Noi riteniamo che il popolo italiano non sia razzista soprattutto perché educato da millenni di storia al senso di accoglienza ed ospitalità Lo spirito di Roma e della romanità consentiva la convivenza di popoli, culti e tradizioni differenti. Solo in tempi recenti, l’immigrazione selvaggia, probabilmente voluta dal potere finanziario mondiale, per abbassare i costi di manodopera  ed omologare ed allargare sempre più la classe dei consumatori, ha scatenato una guerra tra poveri, resa più cruenta e pericolosa dal fanatismo dei vari integralismi di tutte le religioni. Su questo malinteso senso della religiosità, il potere finanziario ha ancora una volta operato attraverso guerre inopportune e senza motivo, che hanno allargato la frattura tra le varie confessioni religiose dando vita ad un’ inarrestabile spirale di odio. Siamo ancora in tempo a frenare questo scivolone verso il razzismo, ma bisogna, attraverso la solidarietà, aiutare i paesi poveri ad uscire dalle situazioni di indigenza in cui versano attraverso aiuti pilotati e programmati a casa loro innestandoli sulle loro effettive economie nazionali. Su tale strada pare si sia incamminata anche la nuova amministrazione americana.

8.                       Fascismo.       Il Fascismo è un fenomeno troppo complesso per essere valutato o definito in modo breve. Per indispensabile chiarezza, su questo termine tanto “manomesso”, secondo noi il Fascismo prima di essere fatto politico, è uno stile di vita, che si può riconoscere in chi cerca di realizzare i  Valori fondamentali dell’Uomo: coraggio, lealtà, onestà in uno spirito di solidarietà. Tutti coloro che, nella loro vita, cercano di realizzare tali Valori possono, a buon diritto, definirsi Fascisti.                                                        In politica  Il Fascismo politico è, come ovvio, figlio del suo tempo e nasce come sintesi di due grandi fenomeni che furono il nazionalismo interventista ed il sindacalismo rivoluzionario. Attraverso questa sintesi la grande personalità di Benito Mussolini riuscì a far convivere uomini e idee tra loro apparentemente inconciliabili: il decadentismo di Dannunzio con il futurismo di Martinetti, i monarchici reazionari, come De Vecchi, con gli anarchici individualisti, come Gioda, gli agrari come Caradonna con il sindacalismo rivoluzionario di Luigi Razza, e via di questo passo. Quali furono gli elementi caratteristici sul piano politico? Sicuramente un’attenzione particolare verso la parte più debole del popolo e verso la costruzione di uno stato sociale che si manifestò sia attraverso gli interventi concreti (bonifiche, acquedotti, magistratura del lavoro, inps, onmi, ecc), sia attraverso le riforme istituzionali (corporativismo durante il regime, socializzazione nella RSI).  L’atteggiamento prevalente, comunque,  come descritto nella Dottrina del Fascismo, fu di pragmatismo attivistico, di slancio verso il futuro e di apertura ai giovani. Fu un fenomeno di destra o di sinistra? Proprio per le sue caratteristiche e per i compromessi cui fu costretto nella prima fase, lo si può collocare solo al disopra di tali definizioni; infatti furono centrali della sua azione un principio caro alla destra, l’amore per la Patria, ed un principio caro alla sinistra, il Lavoro come fatto nobilitante. Non è un caso che aderirono al primo fascismo uomini come De Vecchi e De Bono e uomini come Panunzio e Razza, né che fecero parte del regime personalità come Gentile e Starace e uomini come Berto Ricci e Niccolò Giani, né che la RSI vide l’adesione del Generale Graziani e del Comandante Borghese, ma anche di Pavolini e Bombacci.                                                                   Alcune considerazioni a parte merita il neofascismo. Il cosiddetto neofascismo poco ha preservato dell’identità fascista. Infatti la maggior parte di coloro che si dicono eredi di quell’idea ha sminuito il Fascismo nel mero fatto politico assumendo stili degenerati e comportamenti scorretti propri della società in cui viviamo. Ma anche sul piano politico o ci si è schierati sul fronte del liberismo o si è scaduti nel formalismo ripiegato su se stesso e comunque ci si è nella maggior parte dei casi confusi con la destra politica arrivando ai risultati ben visibili oggi. Da una parte, alcuni neo-fascisti si sono definiti post-fascisti (frase che non significa nulla se non, per dirla con  Enzo Erra, i fascisti alla  ricerca del posto) e sono passati al servizio dei poteri forti illudendosi, con l’occupazione di poltrone anche di governo, di essere al potere; da un’altra, altri neo-fascisti si sono sforzati di immedesimare tutto ciò che di negativo la propaganda avversaria aveva inventato sulle spalle del fascismo per cui razzisti, spacciatori, criminali di ogni sorta e specie, violenti gratuiti ed altro ciarpame del genere hanno iniziato a riconoscersi sotto insegne che con loro non avevano nulla a che spartire. Quelli, numerosi, che potevano rappresentare la continuità di quella grande idea, che non sono mai stati neo-fascisti ma che potevano essere annoverati tra i Fascisti, non sono stati capaci,di camminare al passo con i tempi, rimanendo ancorati per lo più ad un linguaggio ed a una simbologia per iniziati, incapaci di aggregare, se non piccole comunità, e quindi improponibili sul piano politico.

 

 

 

  1. Prospettive   In questo quadro generale, se si riescono a superare le divaricazioni del secolo scorso, un’ampia prospettiva si apre per chi intende proporre soluzioni ai due grandi problemi di questo secolo: l’identità ed il lavoro. Queste prospettive si allargano sempre più se consideriamo la crisi irreversibile in cui versa il sistema di potere attuale basato sul neoliberismo e sulla “pura” finanza. Le fasce di malessere composte dai nuovi poveri possono diventare classe dirigente di una nuova rivoluzione sociale che, animata da un forte senso di appartenenza, ponga il lavoro al centro della valutazione sociale e faccia rientrare, con una quantificazione economica, l’utile sociale nel computo del profitto. Una strategia tesa ad interpretare, dare voce ed organizzare queste nuove esigenze sociali può diventare lo strumento utile di un nuovo e più ampio percorso per il bene e la ricostruzione della comunità nazionale

 

 

  1. Autonomia    Il concetto di autonomia può essere il motore di una nuova aggregazione dove tutti aderiscono in modo autonomo con la propria storia ed il proprio percorso senza necessità di abiure o di pentimenti. Tutti, su un piano di adesione ad un progetto complessivo, saranno autonomi nella propria identità, autonomi dal liberismo sfrenato delle due concentrazioni elettorali per il momento maggioritarie, autonomi sul piano territoriale in base alle peculiarità culturali locali. Tale autonomia territoriale parte dal campanile, per creare un nuovo e più intenso senso di appartenenza, ma lo trascende in un’unità nazionale per esigenze culturali e storiche e lo vivifica in una nuova patria europea per le necessità di difesa, militare, economica e finanziaria e per le richieste di aiuto che arrivano dal terzo mondo cui solo il patrimonio culturale europeo, svincolato e autonomo dai legacci dell’alta finanza, può dare risposte adeguate. Autonomia quindi politica dagli schemi fallimentari imposti dai potentati economici, autonomia economica con economie adatte ai territori ed alla loro tradizione culturale, autonomia finanziaria con parametri di calcolo a dimensione umana, autonomia militare con un esercito che risponda ad autentiche esigenze difensive dei popoli europei, autonomia in politica estera che svincoli le scelte da interessi estranei all’interesse nazionale, autonomia culturale che consenta la libera circolazione delle idee ed il loro sviluppo nell’originalità e fuori dalle logiche del mercato.

 

 

Adriano Tilgher