27/08/2009

DOSSIER AFGANISTAN

 

Umberto Massimino

Supplemento a Orientamenti & Ricerca dell'estate 2009

 

 

 

 

MA GUARDATEVI RAMBO III !


Ho rivisto recentemente in televisione il terzo episodio della arcinota serie di Rambo. Depurandone le esagerazioni ed il ciarpame retorico tipico di tanti film di guerra e di azione americane se ne possono ricavare tuttavia utili ed attuali riflessioni.

 

In “ Rambo III”, oltre alle immaginarie  e improbabili azioni di guerra di un commando americano mandato in supporto ai rivoltosi locali che combattono gli invasori sovietici, sono facilmente riconoscibili le motivazioni che hanno indotto un popolo, a prezzo di sacrifici immani, a ribellarsi e ad avere ragione di un  potente esercito invasore.

Con intensità di linguaggio e di immagini viene ripreso il coraggio dei mujaheddin, lo spirito di solidarietà che anima le comunità dei villaggi sparsi nell’immenso territorio, la vastità e la desolazione dei paesaggi montani, le feroci rappresaglie degli occupanti, la distruzione di interi villaggi con i suoi abitanti e delle scarse risorse che ne garantiscono la sussistenza, l’odio  e la determinazione che animano i combattenti, soprattutto i giovanissimi che hanno avuto la famiglia sterminata e che vedono nella guerra l’unica ragione di vita dal momento che è l’unico mezzo per attuare la loro vendetta.

Attraverso queste immagini, anche se si tratta di una fiction cinematografica, si riesce a capire i motivi per cui un esercito come quello sovietico forte di 150.000 uomini, dotato di potenti e sofisticate armi moderne, sia stato alla fine costretto a battere in ritirata da straccioni braccati, affamati e male armati.

 

 


 

 

Consiglierei

ai responsabili del Pentagono e agli attuali inquilini della Casa Bianca di vedere questo film con molta attenzione anche se si riferisce ad avvenimenti accaduti trenta anni fa.

In modo conseguente suggerirei alle attuali autorità afgane di proibirne la visione nelle sale di Kabul e di tutto il Paese. Per quale motivo?

Provate a sostituire nel film le divise dei soldati russi con quelle dei soldati americani o della Nato,

provate a dipingere sugli elicotteri, aerei e carri armati la bandiera a stelle e strisce al posto della stella rossa, provate a confrontare le immagini dei villaggi distrutti dagli elicotteri d’assalto sovietici con quelle dei villaggi rasi al suolo dai bombardieri strategici, dai caccia e dai droni americani e capirete che tutti i fotogrammi di Rambo III hanno una tragica valenza attuale.

Quanto valeva per Rambo nell’epoca dell’invasione sovietica vale ancora ai giorni nostri a divise, bandiere e invasori modificati. Direi forse con un elemento peggiorativo.

Nel film il cattivo di turno è un sadico e sanguinario colonnello russo che tuttavia viene presentato come un guerriero di razza al pari di Rambo/Stallone. Uomini che non hanno alcuna esitazione a mettere a repentaglio la propria vita per gli ideali, giusti o sbagliati, in cui credono. Infatti nell’ultima sfida mortale tra il colonnello e Rambo, elicottero contro carro armato, nessuno dei due retrocede di un metro, il russo viene ad avere la peggio mentre Rambo se la cava per il rotto della cuffia. Cosa c’è oggi di eroico e di cavalleresco nella guerra attuale dove un pilota di un bombardiere sgancia le sue bombe o il pilota di un caccia esplode i suoi micidiali missili premendo semplicemente un pulsante, senza correre alcun rischio personale?

I rischi li corrono a terra solo i talebani e forse di più gli sfortunati abitanti dei villaggi circostanti sempre più vittime degli “effetti collaterali”. Ritorneremo su questi scenari nel corso del dossier.

 

 

CENNI STORICI ED ETNIE AFGANE

 

 

L’ Afghanistan (AF) occupa un territorio di 657.000 kmq, oltre il doppio dell’Italia, con una popolazione di circa 30 milioni di abitanti, circa la metà degli italiani.

Buona parte della zona centrale dell’AF è composta da catene montuose con passi sui 3.500 metri innevati per la maggior parte dell’anno, zone aride al sud e ancora alte montagne a est che superano i 7.700 metri di quota. Temperature rigide  per la maggior parte dell’anno e notevole caldo, anche negli altipiani, in estate.

Popolazione molto mescolata che discende dai vari popoli che nel corso dei secoli hanno invaso ripetutamente il Paese, crocevia tra la Persia, l’India, la Cina e l’Asia centrale.

Di provenienza iranica sono i Pashtun che si sono insediati in AF nel XVI secolo costringendo i Tagichi, pure loro di origine iraniana, a rifugiarsi nelle zone montane più isolate. Sono invece di origine mongola gli Uzbechi, i Turkmeni e gli Hazari.

 

 

 


 

La lingua ufficiale è il pashto parlato da circa la metà degli afgani,Tagichi ed Hazari parlano una forma arcaica di persiano,

Gli Uzbechi, i Turkmeni e tribù settentrionali parlano una lingua turca, mentre popolazioni

indo arie che vivono sul versante meridionale  parlano antichissimi dialetti indiani.

La religione praticata è quella mussulmana ma divisa tra sunniti (75%) e sciiti (24%).

Conoscere un popolo e la sua storia ci aiuta meglio a capire la situazione attuale, per cui diamo brevi cenni storici di questo Paese.

 

Nell’antichità l’AF costituiva la parte nord-orientale dell’impero persiano. Nel 330-329 a.C. fu conquistata da Alessandro Magno che vi fondò le città di Alessandria degli Ari (Herat) e Alessandria degli Aratosi (Kandahar). Poi l’AF passò sotto Seleuco, il regno dei Parti e quello sassanico. Nel 90 a.C. tutto l’AF venne conquistato dai Kushan provenienti dal Turkestan cinese che introdussero il buddismo al posto della religione di Zarathustra.

Nel secolo VII vi fu la conquista degli arabi e l’islamizzazione del Paese. Principati mussulmani resistettero fino all’invasione dei mongoli di Temujin/Gengis Khan del XII secolo che rimasero

in AF per circa cento anni.

Alla metà del XIV secolo si affermò una dinastia locale fino a quando il Paese venne smembrato in due parti, una sotto il dominio della Persia e l’altra del Gran Mogol di Dehli.

Nel XVIII secolo Ahmed Sciah fondò un regno importante ma che si decompose gradualmente con i suoi successori.

E veniamo quindi all’età moderna la cui storia descriverò in modo più dettagliato dal momento che mi sembra emblematica per diverse analogie con la situazione attuale. 

 

Nel XIX secolo gli inglesi, che avevano conquistato l’immenso territorio dell’India  dovevano fronteggiare  problemi logistici, politici e militari per mantenere la loro recente conquista.

Non erano certamente attirati dall’idea di avventurarsi nell’impervio territorio afgano oltretutto molto meno ricco e fertile della penisola indiana.

Furono indotti a cambiare atteggiamento dalla politica espansionistica dell’impero della Russia zarista che solo nei primi decenni dell’ottocento aveva avuto una fortissima espansione a sud arrivando a lambire i confini settentrionali dell’AF.

Gran parte dell’opinione pubblica del Regno Unito e molti politici inglesi di quell’epoca erano preoccupati per la forte espansione  della Russia zarista nell’Asia centrale e temevano che tale politica avrebbe portato prima o poi la Russia a cercare uno sbocco sull’Oceano indiano, magari fomentando rivolte nella recente e instabile colonia indiana    

 

 

                                                                        

 

 

 


 

Arrivano gli inglesi

 

Per questi motivi nel 1839 aderirono di buon grado alla richiesta di aiuto di Sciah Sciudscia.

(da osservare come in tutte le invasioni della storia ci sono sempre pretesti come questo, di “aiuto” o di  “fraterno aiuto” di stampo sovietico).

Costui era il Capo della tribù afgana dei Durani, la stessa di Ahmed Sciah che aveva regnato nel XVIII secolo, e voleva detronizzare l’Emiro Dost Mohammed insediato a Kabul dal 1830.

Gli inglesi con un corpo di spedizione di 15.000 soldati e 30.000 uomini di supporto logistico entrano in AF nella primavera del 1839 attraverso il passo meridionale di Bolan. Non incontrano praticamente resistenza salvo un episodio bellico per la conquista della città di Ghazni.

Nel giugno dello stesso anno entrano in Kabul senza sparare un colpo, l’Emiro Dost Mohammed fugge dalla città (si consegnerà alle truppe inglesi l’anno successivo), insediano il re fantoccio Sciah Sciudscia nella reggia- fortezza di Bala Hisar che sovrasta Kabul e lo lasciano ai suoi sollazzi.

Prendono una sede nella città di Kabul per il Governatore inglese, funzionari di governo e una ridotta scorta e acquartierano l’esercito nella periferia della città.

La città è interessante, il clima è secco: niente a che vedere con l’umidità delle città indiane, le donne sono bellissime e il cibo è buono e abbondante. Non è difficile comprendere come molti giovani ufficiali inglesi della Compagnia delle Indie facciano la fila negli uffici degli alti comandi per farsi trasferire a Kabul.

Gli afgani non sono così entusiasti come gli ufficiali inglesi. Non amano l’inetto nuovo re imposto dagli inglesi, si sentono defraudati della loro indipendenza, non sopportano che le loro più belle donne frequentino gli ufficiali dell’esercito straniero di occupazione. Non dobbiamo dimenticare che il codice tribale degli afgani (pashtunwali) si basa sul triplice diritto: di asilo, di vendetta e di ospitalità. La vendetta è giustificata per questione di donne, di denaro o di possesso di terra.

Così nel novembre del 1841 scoppia improvvisamente una sommossa, i rivoltosi assaltano e distruggono la sede del governatorato inglese a Kabul, uccidono il Governatore e tutti gli occupanti dopo una breve resistenza. Le truppe acquartierate in periferia, condotte da vecchi generali incapaci, non riescono ad  intervenire a tempo e presto si trovano loro stesse sotto assedio.

La situazione diviene presto insostenibile e i generali inglesi sono costretti  a stipulare un accordo con gli afgani: che questi consentano a tutte le truppe inglesi con i loro accompagnatori di ritirarsi  verso l’India senza opporre azioni di disturbo. Gli afgani accettano l’accordo e una lunga colonna di inglesi si avvia verso il passo di Khaiber, la via più breve verso il territorio controllato dagli inglesi e quindi verso la salvezza, lasciando al suo destino il re fantoccio che hanno imposto agli afgani.

La ritirata diventa subito un calvario. Dalle alture e nelle gole montane continue imboscate dei rivoltosi che non rispettano l’accordo, tra tempeste di neve che rallentano la marcia, falcidiano la colonna che si assottiglia ogni giorno di più lasciando dietro di se una lunga striscia di sangue.

Si racconta che il 6 gennaio 1842 un medico inglese di nome Bryton e una ventina di militari che hanno ancora la forza di combattere lasciano la testa di quello che rimane della colonna e a cavallo si dirigono verso la frontiera indiana. Altre imboscate assottigliano il drappello.

Il 13 gennaio il dr.Bryton è in vista del posto di frontiera di Kotal e viene raccolto stremato dai soldati anglo-indiani della guarnigione. E’ l’unica persona della colonna di decine di migliaia di soldati, funzionari e persone al seguito che riuscirà a salvarsi.

 

Ci saranno altre guerre degli inglesi contro gli afgani con alterna fortuna, ma il potente Impero

Britannico non riuscirà mai ad avere la meglio in via definitiva del bellicoso popolo afgano.

Poi verrà qualche anno di relativa tranquillità nella prima metà del XX secolo con monarchi che tentano una timida modernizzazione del Paese. Infine l’invasione dell’esercito sovietico, la sua sconfitta, una breve e non pacifica pausa prima della conquista del potere da parte dei talebani, poi la guerra per cacciare i talebani e quindi i tempi nostri.

 

 

SITUAZIONE SOCIO-POLITICA

 

Abbiamo visto come la composizione della popolazione dell’Afghanistan sia un caleidoscopio che non trova riscontro in nessuna parte del mondo e  lo renda forse il Paese più atipico.

Molte etnie, diversissime tra loro, diverse lingue e diverse religioni. Per questo ultimo aspetto la divisione tra mussulmani sunniti e sciiti è anche più dirompente di quanto potrebbe esserlo, per esempio, tra cristiani e mussulmani.

La storia ha visto spesso lotte feroci tra tutte queste componenti che si ricompattano solo nell’opposizione verso un invasore esterno.

Nella Società afgana molto forte è quindi la coesione tribale, soprattutto nei villaggi e nei piccoli centri. In queste realtà è determinante il potere del Kahn che è un Capo Supremo che condivide il potere con una sorta di Consiglio di Saggi formato dagli anziani, dai capi tribù e dai capi delle sottotribù.

I Grandi Capi che controllano le varie province e distretti derivano il loro potere dal cemento etnico, dal potere economico e da quello militare. In diverse provincie ci sono generali che sono veri e propri “Signori della Guerra” e nel passato recente si sono alleati alternativamente con le parti in conflitto a seconda della particolare convenienza del momento.

 

In una situazione siffatta risulta difficile per qualsiasi Governo nazionale instaurare un efficiente potere centrale attraverso funzionari svincolati dai poteri locali. Si deve ricorrere il più delle volte a compromessi nominando governatori e alti funzionari delle province coloro che già detengono il potere nel loro territorio e quindi non sono particolarmente inclini a riconoscere ed applicare il Potere Centrale essendo nella sostanza indipendenti da esso.

Anche in un periodo di pace sarebbe quindi difficile governare l’Afghanistan da Kabul. Diventa praticamente impossibile nella situazione di guerra odierna con la guerriglia talebana che si sta espandendo in tutto il Paese.

 

 

 

 


 

 

 

Il governo di Karzai

insediato dopo la sconfitta dei talebani nel 2001 non solo non ha dato prova di tenere sotto controllo il Paese ma ha ingenerato un ulteriore scontento nella popolazione.

Ci sono un esercito e una polizia afgana non ancora adeguati a combattere e a sconfiggere i talebani malgrado i notevoli mezzi messi a disposizione e l’istruzione ricevuta dalle Forze ISAF.

Una diffusa corruzione ha dilapidato gli ingenti aiuti ricevuti dai Paesi occidentali e dalla Comunità internazionale. Un esempio per tutti:

“ Milioni di sterline dei contribuenti britannici sono stati sprecati in progetti di ricostruzione in  Afghanistan mai portati a termine”. Lo rileva una indagine del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale di Londra, citata dal Times online. Il rapporto dice che oltre la metà dei progetti avviati tra il 2006-2007 erano destinati a fallire, come l’Afghanistan Stabilization Fund che doveva “instaurare la sicurezza di base e una buona governance nei distretti e nelle provincie”. 

Così la riorganizzazione della magistratura afgana gestita dagli italiani non ha portato grandi risultati se la sharia è ancora applicata nei tribunali come quello che ha condannato a morte un giovane giornalista afgano colpevole di essersi convertito al cristianesimo.

Nel frattempo a Kabul sono state costruite ville lussuose da funzionari governativi mentre per la maggioranza degli afgani nelle loro abitazioni mancano servizi primari come acqua ed energia elettrica. Le poche cose realizzate in questi anni sono una goccia d’acqua nel mare delle necessità della popolazione. Vedremo se le prossime elezioni porteranno dei passi avanti nella Società afgana ma le previsioni sono tuttaltro che rosee.

 

 

 

AFGHANISTAN - UN “NARCOSTATO

 

 

Già nel 2007 l’alto rappresentante UE per la lotta ai narcotici, Francesco Vendrell, denunciava che  la produzione dei narcotici in Afghanistan aveva superato il picco raggiunto durante il governo dei talebani, che come sappiamo avevano fatto della coltivazione dell’oppio il loro principale mezzo di sostentamento e di consolidamento del potere e solo alla fine l’avevano contrastata.

Vendrell sosteneva che in quell’anno il 90% della eroina consumata in Europa era di provenienza afgana e che un terzo del PIL di quel Paese derivava dalla coltivazione e dalla produzione dei narcotici. Nel 2007 la produzione dell’oppio in Afghanistan era stimata a 8200 tonnellate all’anno.

 

Il governo afgano più che lottare contro il narcotraffico sembra propenso a mantenere lo status quo. Sembra che molti rappresentanti del Governo e Signori della Guerra siano pesantemente coinvolti nel narcotraffico anche offrendo protezione ai commercianti di questo stratosferico business. Il programma anti-droga del Governo è più conclamato che attuato.

 

 

 


 

 

 

I campi di papavero

Si fanno distruzioni simboliche di campi di papavero ma molti coltivatori afgani affermano che i soldati arrivano rare volte con le ruspe , ma solo al momento del raccolto che stipano su camion dicendo che successivamente sarà bruciato.

Questi coltivatori, che non hanno mai visto un falò dell’oppio sequestrato, si chiedono come mai i soldati non arrivano prima quando i papaveri non sono ancora sviluppati?  Nei territori occupati dai talebani non vi è nemmeno l’alibi del programma antinarcotici del Governo. I talebani promuovono apertamente le coltivazioni ricavandone ingenti guadagni che contribuiscono ad aumentare il loro potere presso le popolazioni e ad accrescere il loro arsenale anche con armi sofisticate.

 

Il consumo di droghe nei Paesi occidentali è cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni.

In Europa si contavano un paio d’anni fa 4,5 milioni di consumatori di cocaina e in Italia il 5% di giovani che ne facevano uso abitualmente. Oggi questi numeri dovrebbero purtroppo essere ancora aumentati anche vedendo il trend degli anni precedenti. Infatti nel 1994 la percentuale di giovani italiani che usavano abitualmente cocaina era solo lo  0,8%.

Le statistiche di questo tipo non sempre sembrano attendibili. Ma è sufficiente riferirsi alle prove fatte da istituti scientifici per rendersi conto dell’estensione del fenomeno.

Sono le prove fatte dall’Istituto Mario Negri sulla presenza di sostanze stupefacenti nei liquidi biologici del depuratore di Milano e nelle acque del Po  e quello del CNR nell’aria di Roma.

La fortissima e incontrollata produzione dell’Afghanistan porta all’incremento dei consumi. Abbassando i prezzi gli spacciatori inducono un aumento dei consumi negli utilizzatori abituali e si procurano nuovi clienti soprattutto tra i giovani che fino a qualche anno fa con prezzi maggiori non se lo potevano permettere.

Fa la sua parte nell’aumento dei consumi di droghe in Europa un generalizzato abbassamento dei valori morali, nella minore capacità di autocontrollo dei giovani, nell’incapacità delle forze politiche di tenere alta la guardia e contrastare il fenomeno non solo con la repressione ma anche con la sensibilizzazione, nel relativismo tipico della Società odierna che assimila la droga all’alcool e alle sigarette che hanno minori effetti negativi sull’organismo e comunque a lunga scadenza  mentre un uso anche saltuario di droghe comporta la distruzione di cellule nervose e cerebrali con danni irreversibili come sostengono gli scienziati.

E’ probabile che di ciò non si curino molto gli insorti che combattono solo per scacciare gli invasori e riprendersi il potere, ma per quelli di loro che sono più ideologizzati e vicini ad Al Qaeda è probabile che ci sia una più sottile strategia per minare e colpire gli “infedeli” occidentali.

 

 

SCENARIO BELLICO

 

 

La Storia dovrebbe sempre insegnare qualcosa anche se gli uomini spesso non ne tengono conto ripetendo sempre gli stessi errori.

Tuttavia ci si potrebbe chiedere cosa c’entrano le vicende degli inglesi del 1840 con i giorni nostri.

Oggi la strategia militare è totalmente cambiata da quella dell’ottocento. Ci sono aerei e elicotteri con una potenza di fuoco micidiale superiore a quella messa in campo dall’ intera artiglieria di un esercito ottocentesco, ci sono satelliti e sistemi di visione che consentono il controllo di un vasto territorio con una elevatissima risoluzione, si può inviare in poco tempo sul luogo di combattimento truppe elitrasportate togliendole dalle insidie di agguati e imboscate attraverso strade impervie.

Persino la guerra di 30 anni fa dell’esercito sovietico parrebbe oggi poco proponibile come esempio data la maggiore sofisticazione degli armamenti odierni degli USA e della NATO.

Non è proprio così e la situazione oggi sul campo in Afghanistan è la dimostrazione del contrario.

 

● Dopo ogni azione di “Search and Destroy” fatta con l’appoggio aereo, le truppe ISAF se vogliono presidiare il terreno sono soggette allo stillicidio delle azioni di guerriglia.

Se dopo l’azione ripiegano sulle loro basi i talebani rioccupano immediatamente il territorio.

● Il terreno è quello impervio e vasto di sempre. Per presidiarlo militarmente ci vorrebbe almeno un milione di soldati. Desta quindi stupore che per occupare una valle della provincia di Hellmand siano stati inviati 4.000 marines, enfatizzandola come la maggiore operazione  militare degli Stati Uniti dalla guerra in Irak. Questa provincia è grande come l’Irlanda, 4.000 marines potrebbero presidiare forse un quartiere di Dublino ma non certamente tutta l’Irlanda. Quando sentiamo parlare di operazioni militari in zone così lontane non facciamo quasi mai mente locale alle dimensioni dei territori e alle forze impiegate. Anche se lo scopo e quello di distruggere le coltivazioni di papaveri che sono molto diffuse in quella provincia si ritorna al punto di prima. Se è una operazione “mordi e fuggi” il territorio tornerà subito in mano ai talebani, se si tratta di mantenere una presenza militare locale è una azione velleitaria destinata nel tempo all’insuccesso.

● Uno svantaggio per i soldati occidentali e dato due fattori: conoscenza del terreno e clima.

I talebani sono nati e cresciuti in quei difficili territori e sono abituati a sopportare i freddi polari dell’inverno e  il caldo delle zone desertiche. I soldati ISAF sono oltretutto appesantiti dal sofisticato vestiario ed armamento di cui sono dotati che li rende meno efficienti col caldo mentre col freddo soprattutto ad elevate altitudini montane  non hanno la sopportazione e l’assuefazione dell’afgano che oltretutto conosce meglio il suo terreno. In condizioni estreme il soldato occidentale ha oggi le medesime difficoltà del soldato inglese delle guerre del XIX secolo

● Gli Afgani sono in guerra da decenni, hanno avuto un milione e mezzo di morti nel conflitto contro i russi e quindi convivono meglio con i pericoli e con la morte per cui affrontano il combattimento con più fatalismo e al tempo stesso con più determinazione di quanto lo possa fare  un ragazzo di S.Francisco, di Berlino o di Amsterdam.

Le bombe non sono mai “intelligenti”. Lo possono essere, più o meno, coloro che le sganciano.

Quando per snidare una pattuglia di talebani si distrugge un villaggio, quando un matrimonio o un funerale viene scambiato dall’alto come un assembramento di insorti e si massacrano civili inermi, quando un drone scarica i suoi missili su contadini al lavoro, si ritorna drammaticamente alle immagini di Rambo III ed è evidente che i superstiti sentano la voglia di vendicarsi.

In questi casi non bastano le scuse ufficiali degli alti comandi Nato, non bastano le vibrate proteste del Governo Karzai, l’impatto emotivo sulla opinione pubblica afgana  si ritorce equamente contro il Governo e i soldati della Nato percepiti più come invasori che protettori.

 

 

 

 

   


 


Errori di questo tipo in una guerra asimmetrica come quella che si combatte in AF non sono mai del tutto evitabili e possono al limite essere compresi dalla gente come il prezzo da pagare per vincere la guerra. Ma dal momento che i talebani non sono sconfitti ma stanno estendendo la loro influenza su porzioni di territorio sempre maggiori, questi incidenti portano sempre più afgani a schierarsi con loro e a rimpolpare le loro file.

 

Quale è la conseguenza di quanto descritto finora?

Dopo il loro intervento del 7 ottobre 2001 e la guerra lampo, con il supporto determinante delle tribù afgane del nord e con la conseguente cacciata dei talebani da tutto il Paese, gli americani si erano illusi di avere debellato per sempre gli studenti coranici. Tuttavia non erano riusciti a catturare il loro capo Mullah Omar né Bin Laden né il vertice di Al Qaeda che avevano trovato rifugio nella zona orientale del Pakistan di etnia Pashtun. Da quì i talebani si sono riorganizzati e dopo qualche anno hanno fatto sentire nuovamente la loro presenza in AF.

Nel 2007 il territorio controllato dai talebani era stimato al 50% dell’intero Paese. Sul finire del 2008 il rapporto dell’autorevole International Council on Security and Development affermava che:

“ I talebani controllano ormai il 72% del Paese con basi permanenti e in molti centri abitati detengono il controllo del potere locale” e aggiungeva:

“ Le truppe della Nato non sembrano in grado di fermarle. La stessa Kabul è cinta d’assedio con tre delle quattro vie d’accesso rese insicure dai continui attacchi”.

 

 

 

 


 

 


 

Ma chi sono i talebani?

Gli studenti coranici sono solo una parte, forse la più consistente degli insorti. E’ difficile tuttavia distinguere la linea di demarcazione che separa le varie forze dell’insorgenza.

Ci sono alcuni Signori della Guerra che appoggiano con le loro milizie personali i talebani nelle zone dove questi sono maggiormente radicati o semplicemente perchè fiutano il vento di una loro probabile vittoria. Ci sono le bande criminali di narcotrafficanti, ci sono uomini che non hanno fatto che combattere negli ultimi decenni e non sanno fare altro, ci sono i “guerriglieri accidentali” secondo l’espressione di David Kilcullen, ex ufficiale australiano oggi la mente dell’intelligence anti-guerriglia dell’esercito americano.

Per capire la bizzarra ma azzeccata ultima definizione ci riferiamo ad un episodio narrato da Fareed  Zakaria nel Newsweek del 9 febbraio 2009.

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Nel maggio del 2006 un reparto USA fu impegnato in una battaglia contro gli insorti in una valle del Urazgan. Dopo sei ore di aspri combattimenti e solo grazie ad un massiccio intervento dell’aviazione, i soldati americani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a salvarsi con la fuga.

Il fatto singolare fu che ai combattimenti contro gli americani partecipò gran parte della popolazione rurale della zona.

Quando si chiese a questi combattenti la ragione del loro coinvolgimento nella battaglia, risposero che non erano sostenitori dei talebani, né nutrivano una particolare ostilità nei confronti degli americani. Quella battaglia era l’evento più significativo verificato nella loro valle da decenni.

Se fossero rimasti solo spettatori dell’ “evento”, da uomini giovani e forti quali erano le rispettive comunità li avrebbero bollati da quel momento come individui senza onore.

Non potendo combattere a fianco degli stranieri era logico che si fossero schierati contro.

 

Tutto ciò avveniva solo tre anni fa e non all’epoca dell’Emiro Dost Mohammed.

Anche questo è l’Afghanistan di oggi, o meglio l’Afghanistan di sempre.

 

 

                                                              

CONSIDERAZIONI FINALI

 

 

● Vorrei subito dissipare un dubbio: non è che faccia il tifo per una prossima vittoria dei talebani.

Gli studenti coranici nei cinque anni che sono stati al potere, dal 1996 al 2001, hanno fatto regredire di secoli un Paese già arretrato imponendo alla popolazione un integralismo allucinato, rozzo ed estremamente oppressivo.

Non possiamo confondere le religioni e le tradizioni locali con il peggiore integralismo anche se questo ha le sue radici in un preciso contesto religioso.

Nel Corano non ci sono le prescrizioni applicate in AF dalla sharia dei talebani così come nel Vangelo  ispirato all’amore e al perdono non vi sono la “Santa” Inquisizione e i roghi agli eretici. Né si può accettare che in nome delle tradizioni popolari o della religione si possano   perpetrare e legittimare crimini contro la persona.

 

Da questo dossier emerge semplicemente la tesi che gli occidentali non potranno mai vincere la guerra in Afghanistan. L’approccio bellico è completamente sbagliato e sta dando i risultati previsti per tutte le considerazioni sin qui fatte.

Obama ha dato un opportuno segno di discontinuità dalla politica folle della precedente Amministrazione, comprendendo che imporre con le armi o con il ricatto modelli politici e sociali simili al proprio a tutto il mondo, oltre all’odio e al disprezzo che si è riversato sugli americani negli ultimi anni, dà più forza all’estremismo islamico e rende l’America più insicura e vulnerabile.

Ma non mi sembra intelligente la sua recente decisione presa su forte pressione dei suoi comandanti militari di raddoppiare gli effettivi del contingente USA in AF portandolo a breve a 60.000 unità.

Questo rafforzamento è un palliativo che non risolve il problema. Non lo risolverebbe nemmeno un numero di soldati  dieci volte superiore che oltretutto in questo momento l’America non si può nemmeno permettere data la pesante crisi economica e finanziaria che sta attraversando.

 

Quali soluzioni e quali strategie percorribili?

Non so quanto  sia oggi il PIL dell’AF, nel 2007 era di circa 15 miliardi di dollari, di cui forse un terzo come già detto proveniente dalla coltivazione dell’oppio.

Le spese per mantenere un forte contingente militare sono molto elevate come elevati sono i costi per gli aiuti internazionali che affluiscono in Afghanistan per cui si può ipotizzare che tutti questi costi superino abbondantemente 5 miliardi di dollari all’anno. Partendo dallo schema in atto, al di là di quello che si pesni di esso, diventerebbe necessario:

Ridurre fortemente le truppe  Nato destinando solo pochi reparti con funzioni di polizia aprotezione degli uffici governativi e di pochi obbiettivi sensibili.

Devolvere ai contadini le somme risparmiate affinché si dedichino a coltivazioni agricole a scopo alimentare e non all’oppio, ritirando il surplus della produzione agricola da destinare ai Paesi poveri e a nuove imprese industriali afgane di trasformazione di tali prodotti (aziende di inscatolamento e di imbottigliamento di prodotti alimentari, costruttori di macchine di imballaggio e di confezionamento, ecc.). In pratica si potrebbe creare una filiera completa dell’alimentare.

Combattere la corruzione con un controllo serrato della destinazione e dell’utilizzo dei fondi internazionali. Da considerare che l’AF non ha mezzi propri per cui dipende in grandissima misura  dagli aiuti internazionali, di conseguenza questa azione potrebbe essere qui molto più agevole che altrove. In questo modo si eliminerebbe la causa del forte malcontento della popolazione togliendo nel contempo le più potenti armi in mano ai talebani cioè supporto della popolazione e la droga.

 

La riduzione della coltivazione dell’oppio avrebbe una ricaduta positiva sull’Europa non solo in termini sociali ma anche economici per i forti costi per gli Stati devono sostenere relativi al

consumo delle droghe.

Infine un benessere più diffuso nella Società afgana porterebbe ad una graduale maturazione civile di questo popolo liberandolo nel tempo da tradizioni ancestrali che ne frenano la crescita. Ma senza pretendere come spesso avviene di azzerare, per decreto, tradizioni locali che non possono essere imposte dall’esterno ma devono essere il frutto di una maturazione autonoma della popolazione.

Tutto questo a mio avviso doveva essere fatto otto anni fa. Ora temo che sia troppo tardi.

 

 



 

● Una seconda considerazione riguarda gli intrecci internazionali della crisi afgana.

Abbiamo finora tentato di fotografare una realtà circoscritta al Paese.

La situazione è ancora più complicata per il coinvolgimento di altri attori che hanno una parte importante in questa crisi che viene da lontano.

L’Afghanistan ha da tempo un contenzioso territoriale con il Pakistan per il possesso del Pashtunistan, territorio di etnia Pashtun.

Durante la guerra fredda l’AF era appoggiato in questa rivendicazione dall’URSS dal momento che il Pakistan era nella sfera di influenza americana. Per questo motivo la SEATO, organizzazione militare del Sud Est asiatico in funzione antisovietica, riconobbe definitivamente il Pashtunistan al Pakistan.

Seguì la rottura delle relazioni diplomatiche tra i AF e Pakistan mediata dagli Stati Uniti che aiutò economicamente l’AF per non farlo cadere del tutto nell’orbita sovietica.

A parte questa storica inimicizia  il Pakistan ha una parte nella recente protezione di al Qaeda e dei talebani dovuta ai favori che gli stessi resero al Pakistan ai tempi della occupazione sovietica. Diedero infatti gli uomini per una milizia mussulmana messa in piedi dai servizi segreti pakistani in funzione anti indiana che contribuì a dare molto filo da torcere nel Kashmir al più potente esercito indiano indebolendolo e portando l’India allo stremo.

I pakistani accolsero Bin Laden quando venne espulso dal Sudan negli anni ’80 e contribuirono ad addestrare i mujaheddin. Questa strategia fu finanziata dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita che favorirono così la nascita dei talebani.

Oggi si gioca una parte consistente della partita afgana in Pakistan, soprattutto con il suo influente esercito che tuttora si giova di quelle milizie irregolari islamiche per contrastare l’India nell’irrisolto contenzioso del Kashmir e che ha quindi obbiettivi strategici differenti dagli interessi americani e di quelli del Governo afgano. Bisogna capire fino a che punto l’esercito pakistano riuscirà a portare a termine la repressione sulle forze talebane e di Al Qaeda nei santuari del Pakistan occidentale, tenendo pure conto che l’opinione pubblica di questo Paese mussulmano non può vedere certamente di buon occhio una azione militare contro “fratelli” islamici.

 

L’ultima considerazione riguarda la Nato.

Ci dicono, come per l’Iraq, che abbiamo mandato soldati in Afghanistan in “missione di pace” ma ci accorgiamo ogni giorno di più che là c’è una guerra in piena regola anche se asimmetrica.

Ci dicono che non potevamo rifiutare la nostra partecipazione poiché siamo obbligati dalla nostra adesione alla Nato. Ma che cosa è la Nato? Ha ancora una ragione di esistere?

Nel periodo della guerra fredda l’Alleanza Atlantica aveva una funzione ufficiale dal momento che doveva fronteggiare le armate sovietiche e quelle del Patto di Varsavia, molto più dotate degli eserciti occidentali di armi convenzionali. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica sono venuti alla luce piani dello Stato Maggiore sovietico per un attacco all’Europa che avrebbe portato le loro armate all’atlantico e al mediterraneo in meno di due settimane.

Basandosi su quella logica era logico che l’occidente facesse un Patto Militare difensivo ed era scontato che la leadership fosse assunta dagli Stati Uniti che avevano il deterrente nucleare per scoraggiare i russi ad avventure come quella citata del piano strategico dello stato maggiore sovietico.

Ma non mi sembra che per questo recente passato noi dobbiamo essere debitori agli Stati Uniti  che agirono  soprattutto, se non esclusivamente, nel loro specifico interesse.

Oggi non c’è più l’Impero Sovietico, nessuno minaccia  di tirarci addosso missili nucleari, non certo l’Iran e nemmeno la Corea del Nord, almeno non a noi.

Che senso ha ancora la Nato e la nostra partecipazione? E anche nel caso ipotetico che la Nato avesse oggi un senso non si dovrebbero mandare i nostri soldati e quelli della Nato in AF semplicemente perché manca il presupposto per il quale l’Alleanza Atlantica è stata costituita, cioè di difendere un Paese membro da una minaccia esterna, il che in questo caso specifico non esiste.

Potrebbe al limite essere giustificabile, ma solo come decisione autonoma e dell’Europa, di inviare truppe di un Esercito Europeo in supporto degli Usa e di altri Paesi se per ipotesi fossero in gioco vitali interessi strategici dell’Europa.

Mandare oggi in AF truppe come membri di una obsoleta Nato significa solo obbedire al padrone americano e ai suoi interessi. 

Come si vede, Obama o non Obama, c’è ancora molto da fare per entrare veramente nel ventunesimo secolo.

Umberto Massimino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA CONCLUSIVA DEL CENTRO STUDI

 

 



 

Quanto esposto spiega perfettamente come, attenendoci alle ragioni ufficiali della guerra, e dando per scontato che, effettivamente, gli americani intendano vincerla, essa è priva di possibilità di successo.

Se però ragioniamo secondo tutt'altra ottica, quella che ha ispirato il nostro primo quaderno, “Geopolitica della droga e del petrolio”, è lecito chiedersi se gli americani intendano vincere la guerra o piuttosto prolungarla indefinitivamente per aumentare l'instabilità regionale.

Abbiamo registrato infatti come  l'apparato che fa capo a banche e multinazionali operi per mantenere in situazione instabile le regioni dove si producono, al tempo stesso e “casualmente”, petrolio, fonti energetiche e stupefacenti. E' quest'instabilità che consente loro di agire indisturbate senza preoccuparsi delle leggi sì da controllare pienamente il traffico e  farne lievitare i costi e, quindi, i profitti.

A tal proposito non dobbiamo dimenticare che nel 2001 l'invasione Nato fu decisa quando i talebani del Mullah Omar avevano messo fine alle coltivazioni del papavero da oppio e proprio l'invasione militare, che si vorrebbe mossa contro la droga, ne rilanciò la produzione fino a cifre record.

Questo dato fondamentale oltre a farci dare per scontato che nelle alte sfere occidentali non si voglia affatto debellare la coltivazione del papavero d'oppio, c'induce a dubitare dell'effettiva volontà di “normalizzare” l'Afghanistan; ad esso poi si aggiungono due altri elementi.

In primis bisogna tenere conto della competizione geopolitica per il controllo della zona strategica dell'Asia centrale il cui dominio Brzezinski - ovvero l'ideologo della politica estera americana dopo l'implosione dell'Urss - definisce decisiva per il dominio del mondo. Questa competizione vede in concorrenza americani, russi e cinesi e rende più complessa e di difficile lettura la formazione degli schieramenti guerriglieri in campo nei quali i doppi e i tripli giochi certamente si sprecano.

Il terzo elemento, come sempre accade nelle guerre di coalizione, riguarda i conflitti interni tra gli alleati. Gli americani sembrano ben contenti di sacrificare gli inglesi che nell'ultimo decennio continuano a retrocedere o a essere immolati su tutte le rotte della geopolitica, del narcotraffico e della finanza.

Nello scenario specifico dell'Afghanistan gli americani sembrano godere dello stillicidio britannico; va anche tenuto conto che lì gli statunitensi sono alleati di fatto degli iraniani, che sponsorizzano e sostengono il governo Karzai. Sono invece in conflitto con l'Arabia Saudita che, dal 2000, ha preso a guardare seriamente all'Europa e alla Russia perché mal sopporta le basi americane nel Vicino Oriente. Russia che, insieme alla Cina, sostiene anche l'Iran che pure con l'Arabia Saudita è in conflitto.

E', quindi, di un enorme groviglio che si tratta, un caos nel quale si regolano i conti all'ombra di verità ufficiali che significano assai poco.E che, prese come tali sono destinate al fallimento a quanto emerge dal dossier scritto da Umberto Massimino che, oltretutto e soprattutto, ci spiega chiaramente come sia privo di senso, per noi, stare in Afghanistan.

 

Centro Studi Polaris