29/10/2009

DIES  IRAE

I GIORNI DELL’IRA

di Filippo Giannini

   I “Giorni dell’Ira” furono quelli del febbraio 1947, quando gli “Angeli del Bene” (così amavano appellarsi i liberatori) ci imposero un Diktat di una spietatezza tale da renderci ancora oggi schiavi di un Paese che è tutt’ora capofila di una coalizione di Stati canaglia.

   Pochi italiani conoscono il testo del Trattato di Pace (Diktat, appunto) che ci fu imposto a Parigi nel febbraio 1947, da quei Paesi vincitori della guerra 1939-1945 i quali dopo averci costretto al conflitto (“Ci sono Paesi che costringono alla guerra e Paesi che la subiscono” – Benito Mussolini) ci hanno umiliato oltre ogni dire. Pochi italiani sanno, fra gli altri argomenti, che in quei giorni – Dies Irae, appunto – i vincitori si inventarono e ci imposero anche il l’XI Comandamento: oltre all’onora il padre e la madre, o non avrai altro Dio all’infuori di me, concepirono, per salvaguardarsi da ulteriori pericoli,  anche “Ricordati di maledire, almeno una volta al giorno, Mussolini e il fascismo”. Dopo queste premesse passo all’argomento.

   Leggo sul periodico “Cinquanta e più” una lettera di una Signora di Genova, lettera esaltante il Governo Mussolini; contenente anche la risposta a firma di R.B. (che dovrebbe essere, se non erro, della giornalista Rosella Bennati), la quale, fedele osservante dell’XI Comandamento si avventura in una disquisizione, che dovrebbe essere storica, dei danni arrecati dal Fascismo a questo povero Paese. Dopo aver riconosciuto, bontà sua :<Nel caso del fascismo e di Mussolini, gli storici sono ormai concordi nel riconoscere a quel regime un reale merito in due settori: la politica delle opere pubbliche (bonifiche e case popolari in testa) e la politica sociale (Inps in testa)>. Dopo questo fin troppo limitato riconoscimento, la brava giornalista elenca tutta una serie di malefatte, di cattiverie commesse dal Capo del fascismo nel corso del suo Governo. Eccole: <Il regime si resse in realtà con la violenza> (1); <L’assassinio Matteotti, l’assassinio dei fratelli Rosselli… don Sturzo dovette andare in America> (2); <L’istituto del confino venne usato dal fascismo per far morire di malattie…> (3); <Figli segreti ed abbandonati (uno morì in ospedale psichiatrico fattovi rinchiudere dal padre…> (4); <fra la gente comune che a forza veniva vestita da balilla o da giovane italiana e veniva mandata alle esercitazioni ginniche…> (5); <Aveva portato la guerra in Etiopia> (6); <<Portò  l’Italia ad una guerra in cui morirono…> (7); e finalmente: <E non è un caso che gli eredi attuali di quella esperienza storica siano arrivati a definire oggi il fascismo come un male, parole di Fini (minchia!, nda) (8), <Oggi non si può più dire neppure che egli non si fosse arricchito con i soldi degli italiani: al suo lauto (sic, triplo SIC) tenore di vita aggiungeva un patrimonio personale che ha costituito il contenuto di quel tesoro sul cui trafugamento tuttora sono in corso le ricerche internazionali> (9).

   Sin qui l’analisi “storica” di R.B.. Riconosco che il contestare quanto dalla giornalista scritto mi costringe ad una lunga dissertazione, prego il lettore di aver pazienza. Quindi iniziamo avvalendoci di testimonianze al di sopra di ogni sospetto (come il lettore potrà constatare) e, soprattutto di documenti, la maggior parte dei quali di provenienza dagli Archivi dei Ministeri e dall’Archivio Centrale dello Stato.

Paragrafo 1) - Il Fascismo nacque a marzo del 1919. Chiunque può andare a leggere nelle Biblioteche nazionali giornali immediatamente precedenti a quella data e potrà prendere atto degli atti di violenza commessi dalle squadracce rosse che operavano principalmente nella bassa padana per costringere gli agricoltori ad aderire ai sindacati di sinistra. Ha scritto Gaetano Salvemini (Scritti sul Fascismo, 1° Volume), nonostante il suo radicato antifascismo, che tanta violenza poteva aver luogo per l’incapacità delle forze dell’ordine e della magistratura e <dallo strapotere tracotante e capriccioso dei sindacati rossi>. Il professor Ardito Desio così rispose ad una domanda di un giornalista: <Il fascismo ha avuto molti aderenti, dopo la fine della prima guerra mondiale, fra noi ufficiali perché si viveva in un clima di puro terrore. Si subivano pestaggi, bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di portare le stellette. Il fascismo portava il rispetto civile, l’ordine, il rinnovato senso della Patria ed è per questo che ha avuto un gran seguito>. Il giornalista inglese Percival Phillips,  del Daily Mail, che visse molti anni in Italia, così ricorda quegli anni: <Essi (i fascisti) combattevano il terrore rosso con le stesse armi. Al sistema di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Di certo non imitarono i sistemi comunisti di gettare vivi gli uomini negli alti forni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin>. Se tutto ciò non bastasse alla Signora R.B., aggiungo il parere di De Gasperi, che su Il Nuovo Trentino del 7 aprile 1921, così ha scritto: <Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà della Nazione (…). Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima>. E come conclusione di questo paragrafo, riportiamo l’osservazione di Antonio Falcone: <In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari>.

Paragrafo 2) – In una intervista rilasciata da Matteo Matteotti (figlio di Giacomo Matteotti) al giornalista Marcello Staglieno e riportata su Storia Illustrata del novembre 1985, il figlio del deputato socialista fra l’altro affermò: <Mussolini voleva – fin dal 1922, subito dopo la marcia su Roma – riavvicinarsi ai socialisti (…). No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere: si sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i vecchi compagni, che non finì mai di rimpiangere>. E’ superfluo aggiungere che Matteo Matteotti, a pochi giorni dall’intervista, fu costretto ad una ritrattazione della stessa. Carlo Silvestri, socialista e giornalista del Corriere della Sera, sin dal primo momento attribuì a Mussolini la responsabilità della morte di Giacomo Matteotti. Carlo Silvestri, negli anni che seguirono e a seguito dello studio di alcuni documenti, definì il Duce completamente estraneo alla morte del deputato socialista. I due processi celebrati nel 1947 contro i responsabili del delitto, riconobbero la totale estraneità di Mussolini quale mandante (e si deve ricordare che la vedova di Matteotti, Veglia Ruffo, malgrado fosse osteggiata dai socialisti, volle incontrare Mussolini, dimostrando in questo modo di credere nell’innocenza del Duce). Carlo Silvestri per le sue coraggiose testimonianze fu minacciato e insultato. E’ famosa la risposta che dette al deputato comunista Pajetta: <Io mi rendo conto che se confermassi la mia vecchia deposizione, il caso Matteotti sarebbe facilmente risolto. I giornali del conformismo antifascista mi farebbero fare un figurone>. Ed ora, Signora R.B., perché non ha ricordato il caso di Armando Casalini? Forse la Signora non sa nemmeno chi sia, Vero? I fratelli Rosselli erano antifascisti, liberissimi di entrare ed uscire dall’Italia a loro piacere, tanto che il loro visto veniva rinnovato quando lo desideravano. C’è un volume del giornalista e storico Franco Bandini che documenta la vicenda, “Cono d’Ombra”. E’ un volume di più di 500 pagine, quindi documentatissimo e su questa documentazione Franco Bandini rovescia la responsabilità dell’assassinio. Le Figaro del 14 giugno 1937, quindi a pochi giorni dalla morte dei due fratelli, uscì con due sensazionali titoli: “Carlo Rosselli, amnistiato dal Governo italiano stava rientrando nel suo paese”. “I documenti segreti in suo possesso sono alla base del crimine”. 9 giugno 1937, data del crimine: siamo nel pieno della guerra civile spagnola. Carlo e Nello Rosselli hanno duramente combattuto dalla parte dei rossi. Per quale motivo i due fratelli abbandonano il fronte per “rientrare nel proprio paese”? Cosa contenevano i documenti segreti che portavano con loro e che furono trafugati dagli assassini? Per più di sessant’anni la Storia ha accettato senza discutere che i mandanti del delitto si trovassero a Roma, e più precisamente nel ministero degli Esteri italiano. Franco Bandini documenta, invece, che l’ordine di uccidere i Rosselli proveniva da Oriente e la causa della loro morte va ricercata proprio nel desiderio dei due fratelli di rientrare in Patria con i documenti segreti. Per quanto riguarda don Sturzo il caso è ancora più semplice: don Sturzo era un acceso antifascista e dato che il Vaticano voleva risolvere la Questione romana, Pio XI esercitò su don Sturzo una forte pressione affinché abbandonasse la segreteria del Partito Popolare, pressione così incalzante che ad un certo punto, il prelato temette di subire addirittura una scomunica. Mussolini non aveva alcun interesse a che don Sturzo rimanesse in Italia o se ne andasse in America.

Paragrafo 3) – Scrive il giornalista e studioso Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 128): <Secondo il Codice Penale del 1889 il confino era una pena: il Codice Penale del 1931 (autori furono sia Alfredo Rocco, sia Alfredo De Marsico, nda), lo cambiò in una semplice “misura di pubblica sicurezza nei confronti di individui pericolosi per gli ordinamenti politici e sociali dello Stato>. Continua Monaco: <In realtà il confino da luogo di pena si trasformò in un bengodi>. Ecco la testimonianza del comunista ex confinato Arturo Colombi: <Sembrerà incredibile, eppure coloro che erano condannati a pene lievi erano seriamente preoccupati. Per esempio, quando vi fu il condono di due anni per la nascita della prima figlia del Principe Umberto, e che per alcuni significò la liberazione, il rammarico di non poter rimanere ancora per qualche anno, per poter studiare, era più forte della gioia della riconquistata libertà>. Sulla stessa linea erano: un altro comunista Amedeo Bordiga, il mafioso Genco Russo, l’artista Luigi Bertolini e tanti altri che in questa sede non è possibile elencare. D’altra parte era ovvio: per legge il confino doveva possedere precise caratteristiche; doveva essere locato in zone salubri, mare, collina o montagna, l’alloggio e il vitto gratuito e i confinati avevano diritto ad un assegno giornaliero. La Signora R.B., scrive: <L’istituto del confino venne usato dal fascismo per far morire di malattie e stenti gli oppositori>. Sfido la Signora di farci conoscere il nome di un solo confinato fatto morire di malattie e stenti. Vede Signora, io non attesto che Lei mente, è semplicemente ignorante in materia perché, invece di studiarla con obiettività, si è accontentata di seguire quel che attesta l’informazione di questo infelice Paese assoggettata al sistema dell’XI Comandamento da oltre sessant’anni. Se vuol trovare regimi che usavano, o tutt’ora usano i sistemi da Lei descritti, non può che andare a studiare i metodi messi in atto dalla Gran Bretagna con i campi di concentramento del generale Kitchener, dall’Urss con i suoi gulag, dagli americani con i campi di tortura del Texas, per gli italiani prigionieri non collaboratori e, più recentemente con il campo di Guantanamo e potrei continuare, però lasci da parte Benito Mussolini.

   Concludo questo paragrafo con il pensiero di uno che di certe cose se ne intendeva, Stalin: <Con la morte di Mussolini scompare un grande uomo politico cui si deve rimproverare di non aver messo al muro i suoi avversari>.

Paragrafo 4) – Cara Signora R.B., quello che scrive è tutto falso. Benito Mussolini riconobbe il figlio nato a seguito di un rapporto con la signorina Ida Dalser. Infatti ho dinnanzi a me la copia dell’Atto Notarile stilato a Milano l’11 gennaio 1917, nel quale fra l’altro è attestato. <Il sottoscritto Benito Mussolini fu Alessandro (…) dichiaro di riconoscere che il bambino chiamato Benito Dalser è nato in Milano… il giorno 11 novembre 1915 dalla signora Ida Dalser  è mio figlio (…)>. Che la Signorina Dalser fosse non completamente sana di mente è fuor di dubbio, tanto che, fra le altre cause, le tolgono la tutela del figlio con decreto del R. Tribunale di Trento e affidato alla tutela del Signor Dario Verdini il quale in una lettera datata 24/6/1924 nel punto 6° testualmente scrive: <Come Ella sa è già stato stabilito che alle spese di educazione del piccolo Benito provvederò io per conto del padre>. Al sostentamento del piccolo Benito provvedeva sia il Duce che il fratello di questi, Arnaldo. Non solo ma Benito Mussolini riconobbe alla Dalser un sussidio mensile di Lire 200.

Paragrafo 5) – Altra sciocchezza e inesattezza. Nessuna coercizione affinché i giovani indossassero la divisa di Balilla o simili. Ancora oggi posso fare il nome di tanti e tanti ragazzi di allora che, per un motivo o per l’altro, mai hanno indossato la divisa. Una cosa è certa: la divisa del Balilla aveva un valore particolare di onestà, di lealtà, di cavalleria e la droga, o cose simili, erano assolutamente sconosciute.

Paragrafo 6) – La Signora R. B. che è tanto approfondita nella storia patria, conosce certamente i fatti che portarono alla guerra con l’Etiopia. Sa certamente chi furono i primi ad attaccare quel Paese. Se non ricorda, provvederemo con un breve excursus. Il 17 gennaio 1885 (Mussolini aveva meno di due anni) salpava da Napoli, con destinazione Assab, nel Mar Rosso, il corpo di spedizione italiano, che sarà poi l’avanguardia delle nostre imprese coloniali. A febbraio di quell’anno gli italiani occupano Massaua. Ma i politici italiani erano così impegnati alle loro lotte intestine (nulla è cambiato oggi) che dimenticarono le richieste di assistenza che provenivano dall’Africa, tanto che il 26 gennaio 1987 (Mussolini aveva meno di quattro anni) giungeva notizia che la nostra spedizione composta di soli cinquecento uomini venivano annientati a Dogali da migliaia di guerrieri abissini. Il 14 luglio 1894 il generale Oreste Baratieri passato il Tigrè si spingeva sino ad Axum e Adua. Il 3 dicembre 1895, 30mila abissini attaccarono ad Amba Alagi un nostro distaccamento di soli 2500 uomini che, ovviamente, furono interamente massacrati. I nostri politici li avevano dimenticati, impegnati come erano a districarsi in uno dei tanti scandali, questa volta era toccato alla Banca Romana. Nuova disastrosa sconfitta italiana del nostro esercito coloniale: il 1° marzo 1896, presso Adua, 16mila soldati italiani furono massacrati da oltre 70mila abissini. Non dimentichiamo il 1911, l’Italia dichiara guerra alla Turchia per impossessarsi della Libia. Questi molto, ma molto sommariamente gli antefatti. Nel 1934,  probabilmente su sollecitazione britannica, il Consolato italiano a Gondar venne assalito da un gruppo di predoni abissini, uccise un nostro ascaro e ne ferì parecchi altri. All’Italia il governo del negus offre delle riparazioni, ma è solo un inganno tanto che gli autori dell’incursione, catturati dalla polizia etiopica, vennero tranquillamente lasciati fuggire. Scrive Rutilio Sermonti che in quel 5 dicembre a Ual_Ual (in quella località c’era un fortino italiano) <ben 900 regolari abissini sono la scorta che il governo etiopico ha assegnato alla missione britannica e li comanda il colonnello Clifford (…). All’energica richiesta  di riparazioni da parte italiana, il Negus, opportunamente consigliato, rispondeva in modo sprezzante e aggressivo (…)>.

Dimenticavamo una quisquilia: venne costituita una Commissione d’indagine, presieduta dallo specialista greco di Diritto Internazionale, Nicolaos Politis per accertare le responsabilità dell’attacco. La sentenza, emessa il 3 ottobre 1935, attribuiva la responsabilità degli scontri di Ual-Ual alle locali autorità abissine.

   Siamo dell’opinione che Londra spinse Mussolini all’impresa in Etiopia, con la convinzione che una probabile sconfitta avrebbe comportato la fine del fascismo. Grande fu lo scorno della Perfida Albione quando dopo solo sette mesi gli italiani entrarono vittoriosi in Addis Abeba. 

Paragrafo 7) – Le colpe della guerra? A prescindere da tante altre considerazioni, cosa intendeva lo storico inglese George Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834) con l’osservazione: <E l’Italia, che con la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania (…)>. Oppure, ancora più esplicitamente Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra Mondiale”, 1° Volume, pag. 209: <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola>. Quasi con le stesse parole l’opinione di Renzo De Felice.

   Chi cercò di modificare gli infami Trattati di Pace di Versailles del 1919 fautori del Secondo Conflitto mondiale? Chi organizzò il Patto a Quattro e chi la Conferenza di Stresa? Chi sabotò l’uno a l’altra? Chi ricorda la Conferenza Generale per il Disarmo tenuta a Ginevra a giugno del 1932? Ecco le proposte presentate da Mussolini tramite Dino Grandi: <L’Italia accetta in tutte indistintamente le sue parti il piano di disarmo (…). Questa accettazione è incondizionata. Noi, cioè, accettiamo, non solo nei principi che li ispirano, ma nelle conseguenze che ne derivano, le seguenti misure: 1) abolizione delle artiglierie mobili pesanti; 2) abolizione totale dei carri armati; 3) riduzione di un quarto del tonnellaggio delle quote stabilite per gli incrociatori e i cacciatorpediniere; 4) riduzione di un terzo del tonnellaggio dei sommergibili (…). 5) Abolizione dell’aviazione da bombardamento e la proibizione del bombardamento aereo. In tutti i campi abolizione della guerra chimica e batteorologica>. Ho scritto nel mio libro: <Il progetto cadde per l’ostilità e le pregiudiziali presentate da tutte le diverse delegazioni presenti>. Perché, ad esempio non si parla mai della Conferenza Navale di Londra tenuta nell’aprile 1930. Ecco in merito quanto ha scritto Arianna A. Rota (La Diplomazia del Ventennio, pag.78): <La linea seguita in quegli anni dalla politica estera italiana nella questione del disarmo, terrestre e navale fu singolarmente costruttiva e moderata: l’Italia si dichiarava infatti disponibile ad una effettiva riduzione  degli armamenti, anche al livello più basso (…)>. Chi non accettò la proposta? Perché non si accenna mai ai così detti Rapporti Luca Pietromarchi? Perché in quei Rapporti c’è la chiave di lettura di uno dei motivi fondamentali dell’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940. In quei Rapporti Luca Pietromarchi evidenzia le provocazioni messe in atto da Francia e Gran Bretagna per costringerci all’entrata in guerra. Il fascismo aveva spaventato il mondo della grande finanza con le sue idee innovatrici. La Carta del Lavoro, lo Stato Corporativo, la Socializzazione dello Stato, la Produzione e il Lavoro avrebbero dato il valore alla moneta e non più l’oro, ecco i motivi principali per i quali, come disse Mussolini: <Ci sono Paesi che provocano le guerre e Paesi che le subiscono>. Era la premessa del Dies Irae!

Paragrafo 8) – Parlare del personaggio Gianfranco Fini mi disgusta. Lascio la voce ad un mio lettore che mi ha inviato recentemente una mail, nella quale ha scritto, rivolgendosi a quel soggetto: <Una volta si diceva che il Vili e i Giuda sono invisi a Dio e agli uomini… oggi invece rivestono le più alte cariche dello stato… segno dello Stato in cui ci troviamo (che tristezza!!)>.

Paragrafo 9  - Scrive la Signora R.B.:  <Oggi non si può più dire neppure che egli non si fosse arricchito con i soldi degli italiani>. Fra le tante menzogne (tutte ad onore dell’XI Comandamento) questa è la più infame, stupida, falsa e insultante. Mussolini nutriva un effettivo disprezzo per il denaro. Gentile Signora R.B., senta questa: Mussolini rifiutò ogni appannaggio non solo a titolo personale, ma anche per le spese della sua Segreteria. Il Ministro Pellegrini-Giampietro, in una memoria pubblicata su Il Candido del 1958, ha scritto: <Nel novembre era stato preparato un decreto da me controfirmato, con il quale si assegnava al Capo della Rsi l’appannaggio mensile di 120 mila lire. Il decreto, però, che doveva essere sottoposto alla firma del Capo dello Stato, fu da lui violentemente respinto una prima volta. Alla presentazione, effettuata dal sottosegretario di Stato, Medaglia d’Oro Barracu, seguì una seconda del suo segretario particolare Dolfin. A me, che, sollecitato da Dolfin e dall’economo, ripresentai per la terza volta il decreto. Mussolini disse: “Sentite, Pellegrini, noi siamo in quattro: io, Rachele, Romano e Annamaria. Mille lire ciascuno sono sufficienti”. Dovetti insistere nel fargli notare che, a parte l’insufficienza della cifra indicata, in relazione al costo della vita, occorreva tener conto delle spese della sua casa e degli uffici. Dopo vive sollecitazioni finì per accettare, essendo egli anche Ministro degli Esteri, solo l’indennità mensile di 12.500 lire assegnata ad ogni Ministro. Nel dicembre 1944, però, mi inviò una lettera che pubblicò, rinunciando ad ogni e qualsiasi emolumento, ritenendo sufficienti alle sue necessità i diritti d’autore>. Signora R.B., sembra la storia di uno qualsiasi degli attuali Capi di Stato o di qualsiasi Ministro di cui la Liberazione ci ha fatto dono. Ma la Signora in oggetto, non contenta, sullo stesso argomento ha scritto: <(…) al suo lauto tenore di vita (cose da pazzi, nda) aggiungeva un patrimonio personale che ha costituito il contenuto di quel tesoro sul cui trafugamento tuttora sono in corso le ricerche internazionali>. Stia attenta, Signora, Lei sta toccando un tasto pericoloso e qualcuno da Via delle Botteghe Oscure potrebbe ancora farle del male, nonostante siano passati quasi sessantacinque anni…

    Concludo con un interrogativo. Ha scritto l’intellettuale Cesare Musatti nel 1983: <Diciamo finalmente la verità VERA (maiuscolo nel testo, nda), in un certo momento il 98% degli italiani era per Mussolini>. Domanda: <Se quello che ha scritto Musatti è vero, allora chiedo: “O erano imbecilli i nostri padri e nonni, oppure…?>.

   Lascio la risposta alla Signora R.B..