TRATTO DA

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CAMERIERI, OCHE E GIULLARI DI CORTE
 
Qualche settimana fa mi dedicai ad un’attenta  analisi sostanziale del percorso con cui la destra nazionale italiana , da sempre anti-fascista, approderà all’interno del PDL di Silvio Berlusconi tra il 26 ed il 27 di marzo (vedi  l’articolo: “Il passo delle oche a destinazione“). Il tema che era rimasto fuori,  anche perché mancavano ancora  spunti sufficienti per un serio intervento,  era legato alla domanda: ma con quale/i identità la destra di AN  approderà nel Pdl prima e nel partito popolare europeo, poi?
 
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Finalmente, tra le pieghe del “nulla-pensiero”,  sta lentamente emergendo qualche spunto. Il problema, ovviamente, non sembra riguardare ad esempio la radice storica della destra nazionale di Gasparri-La Russa-Matteoli-Urso, gli eredi legittimi di Tatarella per capirci,   che sono stati da sempre più filo-berlusconiani dello stesso Berlusconi ;  né credo riguardi il neo-sinistro radical-debole Gianfranco Fini ( il cameriere,  eterno secondo del Cavaliere),  che ormai cerca addirittura di smarcarsi  in termini di immagine dai suoi supporters - colonelli storici, da sempre fedeli alla linea. A Fini cominciano a pesare troppo spesso i richiami del suo mentore-datore di lavoro, un datore di lavoro che rimane eternamente troppo primo . E non è detto che il cameriere questa volta  non dia un colpo di coda al congresso stesso.
 
Ma il problema dell’identità riguarda ancora una volta “gli ibridi”,   i cosidetti destro-sociali, i perenni sostenitori di improbabili terze e quarte vie, gli acrobati mirabolanti di immaginari mai veramente perseguiti con chiarezza, i  veri eredi ideologici  della nuova destra rautiana. Gli ibridi  che cercano una ipotesi di sopravvivenza tra le variabili ormai uniche ed incolori della liberal-famiglia azzura (Mediaset) .
 
Avevano inventato, nel lontano 1995-1996, la formula tutta ambigua ed inesistente sul piano storico  di  “destra sociale” (la destra storica sappiamo che in Italia è stata anti-sociale anche durante il fascismo) ed avevano sviluppato una corrente di pressione interna ad AN sostenuta dal duo Storax-Alemanno.  Via via,  avevano subito accelerazioni sempre più conformi ed entriste,  in cambio di posti certi nell’apparato, stipendi, marchette, commisioni, presidenze,   in modo che la destra sociale, come  componente ” identitaria ”  fosse sempre ben assortita et visibile. Insomma un percorso da corrente democristiana con tutti i crismi,  ma con l’avvedutezza di conservare un propria “originalità leggermente differenziata”.
 
Ovviamente non si capisce bene se,  l’agitarsi di questi giorni pre-congressuali,   siano solo piccole manovre di assestamento dentro l’apparato di An prima del grande salto. An, come sappiamo, sarà inglobata in un contenitore/apparato ancora più ampio (di almeno due terzi …);  oppure è ancora una volta  il pallido tentativo mirabolante di definire un piccolo piccolo piccolo perimetro “identitario” per non affondare definitivamente nel grande nulla?  Insomma, sembra che oggi “dire qualcosa anche  di destra-sociale sia diventato estremamente difficile”.
“Pdl: la forza delle identità”, in un convegno  a Milano; una intervista al “Tempo” di G. Alemanno sui ” temi  identitari “; un convegno di geopolitica in Campidoglio sul tema “Esiste l’Italia ? Dipende da Noi !!!”; aree identitarie giovanili varie che si agitano qua e là. Insomma: ” l’identitarismo” abbonda,  sì… sì… abbonda,  anche se non si capisce bene cosa sia.
 
Ancora una volta si cerca di legare insieme la tradizione cattolica ed antifascista di De Gasperi e Sturzo, al percorso neo-conservatore europeo, con qualche coloritura di dottrina sociale della Chiesa, un pizzico di federalismo tardo-giobertiano per non dispiacere alla Lega  (pur rinunciando mal-volentieri ad  un Papa Re);  spicchi di associazionismo volontarista per dialogare con il centro-sinistra, un anticomunismo fuori tempo massimo con sfumature libertarie,  molto meno efficace di quello di Berlusconi e dei coatti di strada e,  infine, piccoli accenni al tema della patria ed al tema dell’ Italia come nazione ormai redenta e bonificata dal “male assoluto del totalitarismo fascista”.  In politica estera,  sempre fedeltà fino alla morte agli Usa ed al modello occidentale , soprattutto una amicizia ormai incontrastata con Israele (Alemanno praticamente vive con un  Tutor personale,  alto dirigente della comunità ebraica romana…)   e, soprattutto, tanto tanto ottimismo a go go.  Questo dovrebbe essere lo spaccato post-moderno dell’identitarismo.
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Insomma: un equilibrismo di perfetta debolezza tra massima scaltrezza/sicurezza,  capace di far conciliare tutto e tutti  e senza dire niente di più di quello che  ”deve e/o  non deve esser detto”. A commento di ciò, mi viene da dire: un po’ pochino per gli eredi delle “Idee che mossero il mondo” e della “Nuova destra”.
 
Eh, già:  il paradosso è che tra “gli identitari” ci sono i discendenti diretti di forze numinose ed arcigne ben ideologizzate (qualcuno si vada a rileggere ad e. il testo Le radici ed il progetto, Ed. settimo sigillo 1989). Tra loro si nascondono pezzi importanti di destra radicale, di movimentismo e spontaneismo giovanile ed antagonista degli anni ‘70 ed ‘80. Nuovi destri che volevano mutare i destini metapolitici del mondo, il linguaggio, la comunicazione, la collocazione politica (c’era pure chi si definiva fascista di sinistra).  Insomma, gli eredi di un bel sogno rivoluzionario ormai completamente riadattato all’arte sottile del possibile, ai posti lottizzati dell’apparato di partito e, infine, al grande fratello Mediaset.
 
La sfida dentro il PdL per loro sarà immane (ma devo dire che lo era anche ai tempi del Duce Almirante che li lasciava senza stipendio e poltrone!!!) ; è immane perché dall’altra parte nel PdL non c’è un apparato di piccoli politici che hanno imparato ad adattarsi alla vita, ma c’è l’azienda compatta, un blocco tutto azzurro e acutamente liquefatto,  inventato di sana pianta da Berlusconi-dux per azzerare le identità, tutte le identità;  le oche al passo accedono ma… con il rischio di annegare.
 
Dentro il PDL c’è dunque Mediaset,  che ha avuto addirittura l’estro e la forza di assorbire  tutta la classe dirigente ex-ultrasinistra lotta-continuista, riconvertendola sostanzialmente al progetto P2. Ci sono gli ex-socialisti craxiani, molto più “accuorti” dei destro-sociali, ci sono i democristiani doc che primeggieranno sempre su dei semplici “indemocristianiti”;  ci sono, infine, i conservatori storici ed i liberali.
 
Ora , se dentro An si era creato, perlomeno,  lo spazio per far trasparire qua e là, soprattutto a livello giovanile,  la pallida luce della propria debole originalità,  sarà ben difficile per i neo-identitari-sociali sopravvivere in un contenitore del genere.
Il paradosso è che,  crepata la sinistra a sinistra  e ormai affogata la destra nella PdL, si potrebbero aprire, soprattutto in una fase di crisi come questa,  spazi inverosimili, se solo coloro i quali si sono atteggiati fino a ieri a giullari e comparse di Corte (e derive nazional-populiste  chiamate a raccogliere spesso  le briciole di Berlusconi)  sapessero costruire un serio progetto di opposizione al partito unico del 50%.  Anche perché, ormai, con un blocco elettorale del 4%,  sono tutti fuori anche dal finanziamento pubblico  (… cioè: non ci sono più neanche briciole) . E’ da non crederci!!!!  Soprattutto se si pensa al fatto che ci sta riuscendo perfino un analfabeta come Di Pietro  ad intercettare il malcontento, mettendo insieme destra ed sinistra populista dai tratti elementari e fuori dal coro berlusconiano.
 
Intendo dire,  che le cosidette forze della “destra terminale” (ribattezzate così in un sapiente documento di Gabriele Adinolfi),  dovrebbero saper saggiamente cogliere l’attimo,   lo sbandamento totale tra le sacche dei non-garantiti, radicarsi nel territorio, nei sindacati morenti, tra le masse con l’acqua alla gola che aumentano a vista d’occhio, cercando di ricostruire uno spazio di opposizione radicale “di tipo peronista”,  e con una collocazione di immagine fresca e spregiudicata dentro lo scenario politico.
 
Serve ovviamente una mutazione antropologica, la scelta di un modello di lavoro organizzato per staff orizzontali, per elite manageriali, per progetti,  rinunciando a capi capetti, gerarchetti, sottocultura tardo-missina di apparato;  serve avanguardismo ovvero la capacità di spodestare ad esempio la morente sinistra radicale dagli spazi sociali di loro presunta esclusiva (scuola, sanità, occupazione, politica estera). Servirebbe fare, insomma, quello che il fascismo seppe fare durante una delle tante crisi liberal-democratiche.
 
Il cameriere Fini potrebbe rimanere presto con il culo per terra (se il PD non lo prenderà tra le sue fila)   e le tenere oche aennine (destro-nazionali e/o ibride identitario-sociali) dovranno ben marciare al passo tra breve, se vorranno conservare onori e stipendi,  dibattendosi  in un gran contenitore molto competitivo come in una azienda.
 
Alle derive nazional-populiste non rimane più neanche la scelta di rimanere dei semplici giullari di briciole, cortigiani di un falso e sterile anti-comunismo di facciata (la crisi globale della finanza capitalista è ben più “comunista”, nell’essenza,  di Castro e della Corea del Nord);  servirebbe  tornare alla svelta ad essere vere avanguardie della post-modernità e agire dentro le crisi “identitarie” con immaginari credibili forti e radicali,  visto che destro-camerieri e le oche al passo,  marciano verso il nulla.

 

Francesco Mancinelli