Correvo a Villa Ada.

Motivo futile, di tanta fretta, era un appuntamento arraffazzonato con una ragazza che frequentavo da qualche tempo.

Con la prevedibile eccitazione di un incontro estivo, fissavo la strada che avevo davanti mentre il primo 6 notturno mi portava a Piazza Vescovio; una strada conosciuta a memoria, dopo 7 anni di lavoro.

Scambio due battute col conducente, una vecchia amicizia che s’era saldata proprio durante i ritorni da quelle notti di lavoro; più che scendere, ammetto di essere precipitato fuori dall’autobus, pronto a correre.

Poi vedo una ventina di bandiere nere.

Mi fermo, neppure la più carica delle serate estive può farmi soprassedere.

Croci celtiche, striscioni, ragazzi in camicia nera.

Cammino lentamente verso di loro.

15 giugno 1979, muore Francesco Cecchin, diciannovenne.

Sui cartelli una parola ricorrente. E’ prevedibile, ma nella sua reiterata ovvietà non perde di significato: PRESENTE.

A chi domanda cosa significhi quest’aggettivo, do una sola risposta. Venite a  vedere schiere di giovani, nati qualche anno dopo la scomparsa di questi ragazzi, venite e constatate la loro partecipazione, sentite cosa simboleggi per loro essere lì, ogni anno, a ricordare un nome, un viso, una vita. Ancora presente.

Ho 25 anni, un’età in cui ancora credo che tutto mi sia dovuto: pretendo che ogni giorno ci sia il sole, pretendo che una ragazza accetti sempre di uscire con me, pretendo un lavoro sicuro, tutelato e in regola. Pretendo, costantemente ( se me lo domandate, probabilmente confesserei di non aver mai formulato questo pensiero) che la mia vita sia felice.

Francesco Cecchin non riuscì ad arrivare neppure alla mia età.

Un altro ragazzo diventato leggenda? Maschera strumentalizzata dalla politica?

Non credo, perché non penso alla demagogia che ne è scaturita, durante gli anni.

Penso solo a chi, seguendo le orme dei suoi assassini, parla di democrazia, di pari diritti, di difesa dei deboli e di libertà di espressione: penso a chi non chiudeva il pugno, durante un saluto, ed era un nemico. Nemico di chi? Nemico perché?

Francesco Cecchin… chiama l’altoparlante.

Si può morire così? E si può uccidere una persona, schivarne per sempre le conseguenze, e riempirsi la bocca di proclami come “valore della vita, rispetto della democrazia”? Ho le mie piccole risposte.

Ripeto, ho 25 anni, e penso che tutto mi sia dovuto, anche una risposta semplice e sbrigativa agli interrogativi più scomodi.

No, non si può morire così, non si può vivere impuniti, Sinistra non significa amore per il prossimo, e una camicia nera non è la divisa di un assassino.

Francesco Cecchin… ripete l’altoparlante.

Ci penso, oggi, e tante volte l’ho fatto prima. Adesso avrebbe 47 anni, e Dio solo sa cosa avrebbe fatto della sua vita.

Mi fermo, alzo la testa e guardo le bandiere.

Non disconosco i caduti dell’altra fazione, ragazzi ammazzati dalla stessa follia di inciviltà.

Apro gli occhi e vorrei che lo facessero tutti: guardateci, a distanza di 28 anni, a commemorare una vita che è stata spezzata, costanti nel nostro dovere. Dove è finito l’amore per i vostri santi? Un compagno caduto, quando odora di colpa, viene lasciato e dimenticato. Qui non esiste oblio per i morti.

Francesco Cecchin… chiamano tutti.

PRESENTE.

 

Marco Vaccher

 

P.S:

Rimando chiunque sia interessato alla vicenda di Francesco Cecchin alle pagine di Cuori Neri di Luca Telese.

 

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