20/08/2009

L’uomo del banco dice sempre di no

di

Gino Salvi

 

“non lasceremo cingere di spine la fronte di chi lavora,

non permetteremo la crocifissione

dell'umanità su una croce d'oro”

William Jennings Bryan

 

Ormai la visione monetarista dell’economia ha preso il sopravvento su qualunque

altra considerazione reale. 

Quasi tutti gli opinionisti (e, purtroppo, anche tanti politici)

stanno diventando simili ai banchieri. Ovvero, 

persone francamente distaccate dalla realtà

(come, del resto, aveva  già dimostrato la tristissima frase sui bamboccioni”).

Anzi, preciso, dalla realtà dei normali cittadini.

Quelli, per capirsi, che non arrivano non dico alla quarta settimana,

ma nemmeno alla terza e, adesso, nemmeno più alla seconda.

Perché dico questo.

Lo dico perché il 31 luglio del 2009 alcuni quotidiani hanno annunciato

trionfalmente che, in base ai dati forniti dall’Istat,  l’inflazione si è azzerata. 

Si tratterebbe del livello minimo negli ultimi cinquant’anni.

Per la precisione, dal settembre del 1959.

Secondo la stima provvisoria dell'Istituto di Statistica, infatti,

gli aumenti congiunturali più significativi ci sono stati nei capitoli Trasporti e Ricreazione, spettacoli e cultura (più 0,4 per cento per entrambi), Altri beni e servizi (più 0,2 per cento); una variazione nulla si è registrata nel capitolo Abbigliamento e calzature. Variazioni negative si sono verificate nei capitoli Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (meno 0,6 per cento), Prodotti alimentari e bevande analcoliche (meno 0,4 per cento) e Servizi sanitari e spese per la salute (meno 0,2 per cento).

E, perciò, adesso sentiremo parlare di prezzi stabili o, addirittura, più bassi.

Ma questo ha davvero ripercussioni positive, a breve termine,

sul livello del benessere dei cittadini.

Temo di no.

Certo, essendo abituati, da tanti anni, agli aumenti, l’inflazione zero è una dato positivo. In realtà, a quasi un decennio di distanza dall’introduzione dell’euro,

a noi cittadini non è stato  ancora restituito nemmeno una parte

del potere d’acquisto dei nostri stipendi.

A quei lavoratori dipendenti

(cioè, quelli più colpiti da una crisi che è cominciata nel 2002 e non nel 2008,

come si crede) e alle loro famiglie che un tempo avevano uno stipendio dignitoso

di un milione e cinquecentomila lire circa e che oggi, invece,

arrancano con nemmeno mille euro.

Però sono certo che se cercassi di spiegarlo a qualche

Solone del neo – liberismo (assurto, nel frattempo, da teoria economica,

fra le tante esistenti, a vero e proprio Moloch dell’era contemporanea)

ne riceverei in cambio una sguardo di compatimento.

Unito ad una lezioncina (che si potrebbe condensare nella massima clintoniana:

 It's the economy, stupid, è l'economia, stupido, infatti oggi,

non c’è più soltanto il politicamente corretto ma, anche,

l’”economicamente corretto) sulla cosiddetta mano invisibile,

che, ormai,  non è più soltanto invisibile:

è come un’automobile con un difetto allo sterzo e che, perciò,

come suol dirsi tira da un lato.

Purtroppo non tira quasi mai dal lato dei lavoratori e delle famiglie.  

Chissà come mai?

Che cosa ne direste se facessimo  una sana e buona convergenza

all’economia italiana ed europea?

Perché se voi andate per la strada e domandate alla gente

(mi riferisco a quelle persone normali e concrete che prendono la metropolitana

ogni mattina e fanno la spesa al supermarket e non a qualche raffinato teorico)

se percepiscono qualche miglioramento e qualche beneficio

nella propria situazione economica, vi risponderanno di no.

Io l’ho fatto. Ieri sera ho chiesto a degli amici se si fossero resi conto

dei benefici dell’azzeramento dell’inflazione.

Un’amica mi ha fatto un sorriso carico d’ironia.

Un amico mi ha chiesto se stessi scherzando o, al contrario,

se stessi parlando seriamente.

E’ vero che le misure anticrisi varate dall’attuale governo di Centrodestra come,

per esempio, la social card, la detassazione degli utili d’impresa per l’acquisto

dei macchinari, la stretta sull’evasione fiscale internazionale,

una nuova imposta sostitutiva sulle plusvalenze nella compravendita dell’oro

per usi non industriali, il bonus sull’occupazione,

l’abolizione del ticket sanitario sulla specialistica e il rimborso per gli azionisti

e gli obbligazionisti della vecchia Alitalia vanno nella direzione giusta.

Ma il vero problema è l’atteggiamento della burocrazia finanziaria italiana

ed europea, che, dopo aver espropriato, grazie ai trattati europei

come quello di Maastricht  e alla cessione forzata del nostro

patrimonio industriale come quella decretata sul tristemente famoso

panfilo Britannia, la sovranità economica e monetaria del nostro Paese

a favore dei privilegi di pochi eletti

(un famoso banchiere italiano, che oggi è facente parte dell’attuale

maggioranza parlamentare dopo i rituali passaggi dal campo

del Centrosinistra a quello del Centrodestra, affermò, verso la fine degli anni ’90,

che i mercati finanziari votano ogni giorno e che il loro voto ha un peso

assai maggiore di quello degli elettori)

e a danno di tutti, costringe la nostra economia a navigare nel mare angusto

e pieno di secche del neo – liberismo. Purtroppo “l’uomo del banco”

(leggi: in generale, i banchieri italiani ed europei)

si ostina ad aver ciecamente fede sia in una teoria (quella neo – liberista)

ormai dichiarata fallita dalla realtà e in un mito

(quello della benefica “mano invisibile” del libero mercato)

altrettanto illusorio.

Infatti, al contrario di una famosa pubblicità, “l’uomo del banco” dice sempre di no.

L’”uomo del banco” s’oppone al “Mutuo Sociale” per l’acquisto della prima casa

perché non avvantaggerebbe né i costruttori, né le banche;

pretende la privatizzazione dei servizi pubblici, come l’acqua,

pur sapendo che una scelta simile, d’assoggettamento alle leggi del mercato,

porterebbe all’esproprio d’un prezioso bene nazionale e, di conseguenza,

all’aumento delle tariffe; pretende dei tagli sempre più consistenti all’istruzione pubblica,

alla sanità, alle pensioni con l’obiettivo di giungere alla demolizione pura e semplice

del nostro stato sociale; condanna, come se fosse un’eresia impresentabile,

qualunque idea (leggi: tassazione) che possa anche soltanto sfiorare i privilegi

inauditi della finanza internazionale.

L’”uomo del banco” sostiene una visione economica nella quale i cittadini

siano sospinti sempre di più verso la proletarizzazione e la povertà.

Mentre, sempre nell’idea dell’”uomo del banco” ,

lo Stato non deve far altro che stare a guardare, come se fosse un arbitro nullafacente.

Ma l’inossidabile “uomo del banco” va avanti diritto per la sua strada e afferma

di aver fatto il suo dovere.

Ma di quale dovere sta parlando?

Forse si riferisce al fatto d’aver inondato il mondo di quelle autentiche, insidiosissime

“mine antiuomo” finanziarie che sono i bond argentini

o i mutui subprimestatunitensi.

Io un’idea ce l’avrei: perché “l’uomo del banco” non prova a vivere

(o a sopravvivere, a seconda delle opinioni) con uno stipendio da mille euro

che resta sempre “al palo” e il mutuo per la casa la cui rata da ben seicento euro

(prevedendo la prevedibilissima obiezione dell’”uomo del banco”,

che magari vive in una splendida villa o in un magnifico loft,

aggiungo che una famiglia non può vivere in un sottoscala)

non scende nemmeno a “piangere in cinese”?

Forse se vivesse fuori dalla torre d’avorio del suo benessere elitario,

se si togliesse finalmente quegli occhiali con le lenti foderate d’oro che sempre indossa,

“l’uomo del banco” comprenderebbe meglio la realtà dell’umanità che lo circonda.

Forse comprenderebbe meglio che le persone, il lavoro, la salute,

le famiglie, il matrimonio sono dei valori fondamentali non negoziabili

sul libero mercato e non riducibili alle leggi del profitto.