Volevo dire…

Primo episodio che vi volevo raccontare che mi riguarda direttamente.

 

“ Non tutti i poliziotti riescono ………”

 

 

Correva l’anno 1993:

Mattina, mancano cinque giorni al Natale,

fa freddo e tutto intorno a me lo ricorda, le luci, gli addobbi,

le persone che caricano in macchina regali e provviste.

Con la mente allora mi ripasso le cose fatte e quelle ancora da fare

e la lista mentale mi sembra a buon punto.

Tutto questo mentre sto andando al lavoro:

dirigo un magazzino come grossista di materiale discografico ed affini.

Più mi avvicino e più la mente si distoglie dal mio Natale

per dirigersi verso quello del lavoro: “Ho ordinato quelle cose?? Saranno già arrivate??

Come arrivo per prima cosa controllo…. ecc.” 

Sono arrivato, parcheggio e mi avvio verso una nuova giornata lavorativa,

quando vedo venirmi incontro un collega che trafelato mi avverte di non entrare

per il momento in magazzino poiché ci sono- sia la Polizia che l’Interpol

che mi cercano per delle grosse forniture di materiale spedite in Inghilterra ed Olanda.

Talmente è agitato il collega mentre mi comunica ciò che sta accadendo,

che anche io ho perso la mia proverbiale calma serafica che mi contraddistingue

e mi  allontano soprattutto per fare mente locale su quelle spedizioni e di irregolarità,

personalmente, non ne avevo commesse.

Perciò dopo un paio di ore mi affaccio in azienda per vedere se il problema fosse stato risolto,

ma sono ancora li, tutti, Polizia ed Interpol.

Mi presento e qualifico ed in meno di cinque minuti vengo caricato su una volante

e trasportato alla Questura Centrale di S. Vitale a Roma nei pressi di Via Nazionale.

Sirene spiegate e scortato da due auto civetta dell’Interpol,

sembrava ad un innocente come me un trattamento per una persona importante da proteggere.

Immagine che svanisce quando di li a poco vengo chiuso dentro uno stanzino della Questura,

due metri per tre, un tavolino, una luce neon e due sedie.

Una situazione vista tante volte al cinema o in televisione nei film,

con la differenza che io non faccio l’attore e quindi mi chiedo:

“Ma che ci sto a fare qui??”

Domanda che mi ripeto per circa mezz’ora,

seduto con di fronte a me il tavolino, dietro il lato corto del muro ed il neon sopra la mia testa.

Nel frattempo delle voci arrivano dalla stanza attigua,

parlano in inglese e ci sono quindi anche i “nostri amici” dell’Interpol.

Le voci a tratti sono forti, strillano,

forse qualcuno se la sta passando male in quel momento, in quel posto.

Si apre rumorosamente la mia porta ed un poliziotto in borghese,

non una parola, si siede sul tavolo, accavalla le gambe,

incrocia le braccia e comincia a fissarmi.

Non una parola. Improvvisamente comincia ad urlare,

probabilmente per farsi sentire da quelli della stanza a fianco.

Dopo frasi che si e no riesco a capire arrivano le intimidazioni:

“Mi devi dire che cosa c’era nelle spedizioni effettuate nell’arco

del mese di *** alle Ditte *** in Inghilterra e *** in Olanda,

sono sicuro che c’era dentro il ***.

Dai, non fare lo stupido, quel frocetto di *** ha già confessato

e poi ci sono le intercettazioni telefoniche che lo provano.

Non posso fare altro che chiedere. “Mi sembra impossibile, me le fa ascoltare??”

Per tutta risposta mi urla:

Stronzo. Lo sai cosa gli fanno a uno come te quando scende i  tre scalini ° ?

La festa, si si, gli fanno la festa, quindi fai meno il coglione

e dimmi cosa c’era in quelle spedizioni.”

Io la risposta che voleva lui non la avevo e pensavo: “

Ma se quello che lui chiama il frocetto ha confessato,

cosa non so, che me lo chiede a fare, si rivolga a lui.

E se ha confessato saprà già cosa contenevano realmente quelle spedizioni.

Che me lo chiede a fare allora?”

Il poliziotto esce e poi rientra dopo circa un quarto d’ora,

per altrettanto tempo si ferma con me, urla e riesce.

Va avanti per ore.

Un incubo.

Ritorna per l’ennesima volta:

“Parla o per te va a finire male. 

Si sgancia la pistola dalla cintura e la sbatte fragorosamente sul tavolino, 

mi strappa vai gli occhiali, non ho quasi il tempo di sentire che mi dice

“ Ora ti gonfio” che già conto sul mio viso quattro pesantissimi schiaffoni.

A nulla era valso ripetergli che non ho colpe,

comincia a riempirmi di botte.

Quando il sangue va al cervello non esiste “calma serafica” che tenga.

Mi sono alzato di scatto per restituire le botte prese da quell’infame con gli interessi;

scatta anche lui, mi spinge indietro in quello budello di mattoni e ferro

e mentre gli sto ringhiando contro guardandolo con occhi iniettati di sangue  

mi gracchia che “IO” non devo fare lo “STRONZO” se no non uscivo più di li.

In quel momento entrano i “nostri amici” dell’Interpol,

pare vogliano più salvare lui che me, sorridono,

dicono al poliziotto di seguirlo, lui riprende la pistola sul tavolino, esce, ghignando.

Passa un’altra mezz’ora, la porta si riapre, è un altro poliziotto,

non è cortese ma neanche maleducato,

mi porta in un’altra stanza e mi dice di leggere e firmare il verbale.

Non sono mai stato accusato di nulla ed in seguito non ho avuto alcuna conseguenza.

Mi sono rimaste le botte prese e nessun tipo di scuse.

Dopo mi è rimasta la mia vita normale, onesta, di sempre.

Questa è storia, la mia storia, come tante altre uguali o peggiori.

 

 

P.S.: Ho continuato a vivere riprendendo la mia calma serafica, ma vi chiedo: “Se un giorno rivedete davanti a voi quella “persona”, è caduta in disgrazia e tende la mano ad un angolo di strada, è in pratica un quasi morto di fame e vi siete accorti di avere comprato più pane di quanto ne servisse, che fate?

 

° : Vengono detti “i tre scalini” quelli all’interno del carcere romano di Regina Coeli  che devi fare per andare verso le celle.

 

 

                                                                                     Stefano