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A RICORDO DI PIETRO CIABATTINI

O  BISCHERO  ‘O  CHE  TU  DICI?!

di Filippo Giannini

01/09/2010

 

   Su Libero del 17 agosto 2010 leggo un trafiletto del quale riporto alcune parti: <GIORGIO BOCCA – “E un ex fascista. Non mi fido di Gianfranco (Fini). Giorgio Bocca apprezza Fini, ma non si fida. Da vecchio partigiano, non scende dalle metaforiche montagne della resistenza dura e pura contro l’ex (post)fascista (…). Ma io non riesco a fidarmi di uno che, potendo scegliere tra democrazia e Repubblica di Salò (?), sceglie Salò e i nazisti e diventa missino (…)>. Una prima premessa: come molti amici lettori sanno, io che partigiano non sono assolutamente stato, non solo non apprezzo Fini, anzi lo disprezzo, quindi non mi fido. Su questo giudizio con Giorgio Bocca abbiamo alcune (poche, molto poche) affinità.

   Ed ora veniamo al personaggio Giorgio Bocca, avvertendo gli amici lettori che tempo fa già trattai l’argomento su questo signore la cui coerenza è molto simile a quella del Gianfranco.

    Alcuni anni fa fui invitato ad assistere ad una trasmissione televisiva imperniata su una sfida dialettica fra Giorgio Bocca e Pietro Ciabattini; quest’ultimo scrittore, storico ed ex combattente volontario in quella che, con fare provocatorio, molti anti chiamano Repubblica di Salò, in realtà la Repubblica Sociale Italiana. Aggiungo che, purtroppo, Giorgio Ciabattini poche settimane fa ci ha lasciati.

   Allora, chi era questo mangiafascisti dal nome Giorgio Bocca? Risposta: era un fascista, un super fascista. un fascistissimo. Poi le cose per il fascismo cominciarono ad andar maluccio e il superfascista si trasformò in superantifascista. Qualcuno osserverà: sempre super è stato, rispondo: anche Gianfranco Fini è sempre stato un super, come super fu Giuda Iscariota o Badoglio. Ma andiamo con ordine, anche se per onorare la memoria di Pietro Ciabattini mi dovrò avvalere di alcune parti di un mio precedente articolo.

      Su “L’Espresso” di qualche tempo fa, sono apparsi due articoli di un personaggio, le cui caratteristiche sono l’arroganza e l’ingiuria. E’ uno storico-giornalista che caratterizza questi giorni, e i suoi scritti - almeno per chi scrive queste note - molto criticabili, quindi “del mal che vi trovai, dirò delle altre cose che v’ho letto”. Il Sommo Poeta mi perdonerà per lo strazio che ho procurato alle Sue rime.

   Il protagonista (di simili personaggi, purtroppo, l’Italia ne può “vantare” milioni) passò in un lampo dal fascismo all’antifascismo, dall’odio per gli ebrei alla loro esaltazione, dal filoleghismo all’antileghismo, dai socialisti ai pidiessini; le mode tramontano, ne sorgono nuove, ma “lui” è sempre lì, a galla, a sentenziare, sempre dalla parte giusta, sempre più arrogante, sempre più ingiurioso. Signori, per coloro che non avessero ancora capito, ecco, vi presento Giorgio Bocca.

   In una intervista rilasciata a Giuseppe Turoni e a Delfina Rattazzi della rivista “Uomini e Business”,  pubblicata anche su “Indipendente” del 7 marzo 1992, nelle prime righe si legge: <Giorgio Bocca ci accoglie nel suo studio di Via Bugatta (a Milano), silenzioso e tappezzato di libri, con un’affermazione lapidaria, da ex partigiano che non ama i giri di parole: “siamo nella merda”>. E conoscendo il carosello di Bocca, c’è da credergli.

   Nel settembre 1995, durante una diatriba con un altro “ex” (ma rosso), nella fattispecie Massimo D’Alema, autore di una specifica accusa, bolla Giorgio Bocca come <roba da mascalzoni (parole grosse, vero? Nda) la pubblicazione di un suo violento e perfido articolo antisemita scritto quando aveva “soltanto” 22 anni>. Cosa aveva scritto il “Nostro” di tanto atroce? Da “Italia Fascista in piedi”, pag. 188: <(…). Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù>, pubblicato, poi, sul giornale della Federazione Fascista di Cuneo il 4/8/1942. E’ un “pezzo” che può aver ispirato i “naziskin”.

   Ma Bocca aveva “solo” 22 anni, era un ragazzo, non capiva, era appena svezzato, ancora con il ciuccio in bocca. E la natura, a dimostrazione della sua potenza, dopo la sconfitta delle forze dell’Asse in Africa, a Stalingrado, lo sbarco dei “liberatori” in Sicilia, il “Nostro” viene illuminato, diventa intelligente, via il ciuccio, la guerra, quella sino ad allora “ineluttabile” è persa; e da lì diventare antifascista è altrettanto “ineluttabile” divenire partigiano.

   Così, il “ragazzo” che scagliava saette contro l’ebraismo passò alla resistenza e, sempre “ineluttabilmente” dovette scrivere (“L’Espresso” del 23 marzo di qualche tempo indietro), allineandosi, nel dire, all’odiato Berlusconi: <Chi scrive è grato agli americani per la fine dell’occupazione nazista (…)>.

  Fu sempre “lui”, il Bocca, il “ragazzo” quando ancora non capiva, che il 5 gennaio 1943 a denunciare alla polizia fascista l’industriale Paolo Berardi che, in un treno che percorreva la tratta Cuneo Torino, ebbe l’infelice idea di dire ad alcuni reduci dal fronte russo e dalla Francia che la guerra era ormai perduta. Per l’infelice industriale il destino volle che su quel treno, in quello scompartimento vi si trovasse pure “un ragazzo (ventitreenne) con il ciuccio in bocca”, con “il ciuccio”, ma già segretario del Guf di Cuneo e provincia, il quale con le sue piccole manine appioppò uno schiaffone al povero Berardi. Ma non solo, appena sceso a Torino, lo denunciò, come detto, alla polizia quale “disfattista”. Di questo atto l’imminente resistente si vantò con un articolo ancora da “integerrimo fascista”, ostentando il suo gesto e riportandolo con il titolo “La sberla… e la bestia”, pubblicato su “La Provincia Grande” dell’8 gennaio 1943. Ma era un “ragazzo”.

   “Ecce Homo”, amici miei. E il “Nostro” divenuto in poche settimane “intelligente” salì in montagna a “combattere” coloro che diverranno <i rottami di Salò> (“L’Espresso”, 12 maggio 1995) nella formazione “Giustizia e Libertà”, con conseguente e inevitabile medaglia d’argento al “valore resistenziale”. “Combatté” a fianco degli Alleati, i quali hanno nutrito verso i loro associati un “vizietto”: non hanno mai voluto riconoscere loro alcun merito nelle vittorie contro il Fascismo in quanto, e lo ha scritto un “alleato dei resistenti”, l’inglese Amery nel suo libro “Of Resistence” (1949): <Le finalità della Resistenza non furono né la vittoria né la liberazione, ma il riacquisto o la conquista del potere>. Opinione condivisa anche dal colonnello Stevens, già capo della missione inglese presso il Comando partigiano del Piemonte, al quale i partigiani davano l’impressione <di rappresentare il braccio armato dei politicanti ambiziosi e di avventurieri facinorosi>.

   Tesi simili le ritroviamo nelle testimonianze dell’ufficiale inglese J.R. Rejnolds il quale, nel libro “Amgot in Italy”, raccontò: <Fra i partigiani ho incontrato talune persone realmente bene educate ed unità ben disciplinate, ma di gran lunga la maggioranza erano gangsters che perseguivano vantaggi personali>. Rejnolds con gran senso profetico continuò: <Essi stanno costruendo intorno a se stessi una mitologia ricca e completamente falsa, che verrà poi insegnata per sempre nelle scuole italiane (…). I partigiani sono pronti a far rivivere la vecchia e nobile tradizione del brigantaggio italiano>.

   Il “Nostro” sempre più indomabile “soccorritore dei vincitori” fu uno dei firmatari di quel documento (che definire ignobile è riduttivo) del 1971 e pubblicato su “L’Espresso” (sempre quello) nel quale il commissario Calabresi veniva definito <commissario torturatore> e <responsabile della fine di Pinelli>. Vale la pena citare, fra le centinaia di firmatari, qualche altro giornalista, molti dei quali ex intellettuali fascisti, come Norberto Bobbio, Eugenio Scalfari, Vittorio Gorresio. Non sono pochi a sostenere (e fra questi la famiglia del povero Calabresi) che quel documento, sottoscritto da cotanti cervelloni fu il deterrente per l’assassinio del commissario Calabresi, avvenuto, poi, puntualmente il 15 maggio 1972.

    Sempre su “L’Espresso” del 30 marzo 2006, in merito all’intervista rilasciata da Berlusconi all’Annunziata, il “Nostro” scrive: <Il capo del governo non sopporta di essere interrogato e contraddetto e se ne va furente e ridicolo dal confronto televisivo con la giornalista Lucia Annunziata>. Bocca non poteva mancare di far notare che Berlusconi amava “anche di farsi il lifting e di mettersi dei capelli finti”. Amici lettori, a volte il “petteloghezzo” solo a “qualcuno” è permesso. Continuiamo: lontana da me l’idea di prendere le parti di Berlusconi, il quale tutt’al più, dal mio punto di vista è figlio di questa Repubblica nata dalla Resistenza. Ma ogni persona seria (ecco il punto) non può non riconoscere che Berlusconi, in quella occasione, cadde sotto una mannaia di tipo sovietico, artatamente predisposta: e al “povero Silvio” non fu permesso di rispondere alle domande poste dalla “gentil dama di rosso ammantata”.

      Invito il lettore a leggere la prosa del “partigiano in Camicia nera”. Sempre sullo stesso periodico: <Il fatto che si pongano domande di questo tipo è la conferma che la peste nera, il fascismo italico permanente o qualcosa che somiglia terribilmente al fascismo, è tornata a rendere irrespirabile l’aria italiana>. Quindi Bocca 2 continua, quasi impossessato dalla foia: <Chiedersi se il turpe, l’gnobile, l’anarcoide, l’illegale nuocciano o favoriscano il nostro (Berlusconi), significa ammettere che l’opinione pubblica è ammalata, che il fascismo condivide  la tendenza al peggio sociale, alla violenza, alla faziosità, alla illegalità>. Bah! Non so se c’è da ridere o da piangere per la raggiunta senilità dell’ex “balillotto”. Ma non posso non osservare: “eppure ci sono tante persone che lo prendono sul serio!”.

   Un altro aneddoto: alcuni anni fa in una trasmissione televisiva erano di fronte l’indimenticabile Pietro Ciabattini e il “Nostro”, questi sferrò, con la sua usuale sagacia, un attacco al Fascismo e ai fascisti. Ciabattini, caricando la sua cadenza toscana, rispose: <O’ stai zitto tu che eri più fascista di me! O’ che mi prendi per bischero!?>. Bocca assorbì “l’inaudita offesa” in silenzio e non replicò.

   Il “Nostro” nella sua irrefrenabile attività intellettuale, nel 1982 scrisse: <L’ammirazione di Lenin per Mussolini, la convinzione leninista che Mussolini fosse l’unico leader rivoluzionario italiano di grande statura è facilmente riducibile con la scienza di poi: Mussolini è uno sconfitto e gli sconfitti hanno sempre torto (…). E’ il caso, intanto, di occuparsi seriamente di Mussolini e del mussolinismo proprio mentre viviamo agli antipodi: dalla spada dell’Islam a un lasciarci insultare da un tirannello come Ghedaffi (…). Lo odiavamo (?) e lo amavamo a un tempo (…)>.

   Qualche lettore potrebbe chiedersi come può il “Bocca 2” aver scritto questi concetti “revisionistici” su Mussolini? La risposta, conoscendo il soggetto, potrebbe essere: “Sapete? Non si sa mai…

   O Pietro, Pietro Ciabattini, da lassù guidaci tu…

 

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 PER COLORO CHE SONO INTERESSATI ALLA STORIA.

IN MERITO ALL'ARTICOLO MI SONO GIUNTE ALCUNE OSSERVZAZIONI, DI QUESTE NE INVIO TRE CHE POTRANNO ARRICCHIRE L'ARTICOLO RICEVUTO PER OVVI MOTIVI OMETTO DI RIPORTARE I NOMI.

 

Molti furono i giovani di 22 anni, ed anche meno, che morirono senza tradire.

Bocca invece tradì senza morire.

Giorgio Bocca collaborava con Nicolò Giani nella Scuola di Mistica Fascista e nella preparazione del Documento della Razza.

Poi Bocca cambiò opinione … al momento opportuno (per lui).

L’alpino Giani invece il 14 marzo 1941 morì da eroe sul fronte greco-albanese, buoni due anni prima che nascesse la R.S.I., e buoni tre anni prima che il suo camerata Giorgio Bocca cambiasse idea (visto come si metteva la guerra) e smettesse di odiare gli Ebrei.

 

Noi non possiamo sapere se – per caso – anche Giani avrebbe cambiato idea sulla razza e sugli Ebrei.

Io personalmente credo che, anche se avesse cambiato idea sugli Ebrei, certamente non avrebbe tradito i suoi ideali di Patria e non si sarebbe buttato tra le braccia dei vincitori atteggiandosi a neo-bolscevico come invece ha fatto il camerata … pardòn: compagno Giorgio Bocca.

 

Sta di fatto che, mentre Bocca è onorato e vezzeggiato (e ben retribuito!), a Muggia (TS), dove è nato Giani, è successo un putiferio quando la Sezione di Trieste dell’Associazione Nazionale Alpini (di cui mi onoro di far parte) ha osato sostenere la proposta di intitolare una via all’eroe (Medaglia d’Oro al Valor Militare).  DB

 

 

 

Fermo rsatando il giudizio sul personaggio Bocca, occorre tenere presenti alcuni elementi relativi al personaggio. 1) La vecchiaia, nel suo caso, è RINCOGLIONIMENTO. 2) In età meno "veneranda" egli scrisse cose egregie relative al socialismo di Mussolini. 3) L'impeto arteriosclerotico gli fa brutti scherzi, mescolando la sua innata faziosità alla pessima memoria del suo ( e nostro passato.) 4) Chiamare "fascista" Fini significa aver perso lo smalto del passato, quando pontificava sul fascismo. Lui dovrebbe sapere che Fini NON è mai stato fascista. Sicuramente post-fascista. Mai fascista. GV. 

 

 

 

Ma negli anni 80 il BOCCA non dava del tu ad Almirante? Non dialogava con i neo fascisti? non scriveva su l' Espresso o su Repubblica che " in fondo Almirante aveva fatto una scelta che fecero molti giovani di allora" ? Il Bocca non andò forse ai funerali di Rachele Mussolini Guidi, facendo un resoconto su R. abbastanza bonario?

I focosi giovani dei CS che contrappongono tanto il Bocca a Pansa, le sanno queste cose? Hanno letto i numeri del settimanale e del quotidiano di quegli anni?

Ma ECCE BOMBI come sono non ci pensano minimamente!!!!

QUI' NON PARLO DI BOCCA FASCISTA DEL VENTENNIO MA DEL BOCCA DI 20/30 ANNI FA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!  GD