31/12/2009

 

DI COSA VI MERAVIGLIATE O “ITALIANI”…?

Le “guerre giuste” targate gangsterismo americano

Di Filippo Giannini

 

 Alcuni lettori ricorderanno che nel mio precedente articolo “Caro Silvio, dai una frenata” ad un certo punto scrissi: <Lo scorso anno andai per pochi giorni di vacanza in Sicilia. Un giorno entrai in un negozio di artigianato e mi intrattenni per alcuni minuti con il proprietario, una persona colta, di “una certa età”. Ebbene egli mi assicurò che quando sbarcarono gli anglo americani in Sicilia – e questo me lo ha garantito – le truppe di invasione erano precedute da drappelli, quasi sicuramente siculo-americani, che innalzavano una bandiera color oro, dove al centro era ben disegnato una doppia “L”. Quel signore mi ha garantito che quel simbolo indicava Lucky Luciano”, un famoso mafioso “vittima del Fascismo” fuggito in America negli anni Venti-Trenta. Su questa testimonianza non posso porre il sigillo dell’autenticità; ma è noto che gli Usa utilizzarono la mafia americana per invadere la Sicilia. In merito a questa testimonianza invito i lettori a documentarmi se a conoscenza di particolari>. Ebbene alcuni giorni fa un cortese lettore mi ha inviato quanto qui di seguito riporto (Il titolo: “LO SBARCO IN SICILIA NEL 1943 GLI USA E LA MAFIA”): <Nei primi mesi di guerra i sommergibili tedeschi affondarono nei pressi delle coste dell’Atlantico cinquecento navi statunitensi; era ben chiaro che venivano riforniti di viveri e di nafta da spie e traditori; marina e controspionaggio si dimostrarono impotenti. Il controspionaggio ebbe l’idea di ricorrere ai servigi della mafia con la mediazione di Salvatore Lucania (detto “Lucki Luciano”) che stava scontando una condanna a quindici anni. I fratelli Camardos e Frank Costello, con la loro organizzazione mafiosa, riuscirono dove le strutture ufficiali avevano fallito: l’attività filo-nazista fu stroncata.

   Abrogati nel 1942 i “Decreti Mori” parecchi mafiosi ritornarono in Sicilia, avviarono contatti con gli “Alleati” che incominciarono ad arruolare uomini d’origine siciliana. A mezzo dei pescherecci, i mafiosi esercitarono lo spionaggio nel Mediterraneo; poi fornirono notizie sulle infrastrutture dell’isola, la dislocazione e la consistenza  delle truppe dell’Asse in Sicilia. Del resto perché gli Alleati iniziarono l’invasione dell’Europa meridionale dalla Sicilia, anziché dalla Sardegna o dalla Corsica, dalle quali sarebbe stato agevole effettuare sbarchi in Toscana, Liguria o Provenza?

   La tranquillità nelle retrovie delle truppe che sarebbero sbarcate costituiva la preoccupazione principale dei comandi alleati: fu scelta la Sicilia con la certezza di poter contare, sull’appoggio della mafia. Fu quest’ultima ad ospitare dal 1942 il colonnello Charles Poletti, futuro governatore militare, e dall’aprile 1943 il colonnello britannico Hancok e un buon numeri di infiltrati italo-americani. Dalla relazione conclusiva della Commissione antimafia presentata alle  Camere il 4 febbraio 1976: <Qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell’esercito americano furono inviati nell’isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l’occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target section) incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della “preparazione psicologica” della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa,  che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mandò nell’isola un  numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Ma l’episodio certo più importante è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana.

   Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali siano state le vie dell’infliltrazione alleata in Sicilia prima dell’occupazione. Il gangster americano, una volta accettata l’idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contato con i grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piano operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell’esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all’occupazione imminente le popolazioni locali. “Luciano” venne graziato nel 1946 “per grandi servizi resi agli States durante la guerra”. È un fatto che quando il 10 luglio 1943 gli americani sbarcarono sulla costa sud della Sicilia, raggiunsero Palermo in soli sette giorni. Scrisse Michele Pantaleone: “… è storicamente provato che prima e durante le operazioni militari relative allo sbarco degli alleati in Sicilia, la mafia, d’accordo con il gangsterismo americano, s’adoperò per tenere sgombra la via da un mare all’altro…”.

   Ancora la Commissione antimafia: “La mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti”.

   Scrisse Lamberto Mercuri: “Fu in quei mesi che la mafia rinacque e non tardò ad affacciarsi alla luce del sole: in realtà non era mai morta, né completamente debellata: le lunghe ed energiche repressioni del Prefetto Mori ne avevano sopito per lungo tempo ardore e vigoria e fugato all’estero i capi più “rappresentativi” e più spietati che avevano tuttavia mantenuto contatti e legami con l’onorata società dell’isola”.

   Nella confusione seguita all’invasione e alla caduta del Fascismo, la mafia vide l’opportunità di riorganizzare il vecchio potere, di insinuarsi nel vuoto del nuovo, raccogliendo i frutti della collaborazione con gli alleati. Molti suoi uomini noti ebbero cariche importanti: per esempio, un mafioso celeberrimo, don Calogero Vizzini, fu nominato da un tenente americano sindaco di Villalba; nella cerimonia d’insediamento, fu salutato da grida di “Viva la mafia!”. Vito Genovese, benché ancora ricercato dalla polizia degli Stati Uniti in rapporto a molti delitti, compreso l’omicidio, divenne il braccio destro indigeno del governatore Poletti, ma una banda ai suoi ordini rubava autocarri militari nel porto di Napoli, li riempiva di farina e zucchero, (pure sottratti agli alleati) che vendeva nelle città vicine. Altri mafiosi, meno noti, divennero interpreti o “uomini di fiducia”. L’atteggiamento del Governo militare fu ispirato a criteri utilitaristici; sta di fatto, però, che questa apertura verso gli “amici degli amici” permise in breve alla mafia di riorganizzarsi, di riacquistare l’antica, indiscussa influenza. Aveva sempre cercato l’alleanza con il potere (anche con quello fascista, agli inizi) ma per la prima volta le veniva conferito un crisma di legalità e di ufficialità che le consentiva d’identificarsi con il potere. I “nuovi quadri” saldarono o ripresero solidi legami con la malavita americana,  indirizzandosi verso il tipo di criminalità associata “industriale” caratteristico del gangsterismo USA nel periodo tra le due guerre. Nel numero di aprile di “Volontà” ho riepilogato le vicende della lotta – vittoriosa – condotta dal Fascismo contro la mafia. Il seguito della vicenda dimostra come, grazie agli anglo-americani, la seconda guerra mondiale rappresentò per la mafia l’occasione d’oro per una rigogliosa rinascita, come i fatti hanno dimostrato ampiamente>.

   Mi sono avvalso dello scritto del Signor Vincenzo Ballerino per ricollegarmi al mio scritto precedente.

    Un altro amico lettore mi chiede se credo che Silvio Berlusconi abbia qualcosa a che vedere con la mafia. Caro amico – rispondo – dopo quanto ho poco sopra ricordato, che importanza può avere se sia vero che questo o quello abbiano qualcosa a che dividere con la “criminalità organizzata”? La “liberazione” ci ha gettato in una fossa malsana nella quale sguazziamo tutti. E non vedo via d’uscita.

    E allora, o italiani, dopo essere stati “liberati” a seguito di una vittoria del gangsterismo americano, Vi sareste aspettati amministratori onesti e capaci? Scuole funzionanti? Delinquenza domata? Una equa distribuzione delle ricchezze? La libertà dallo straniero? Un territorio sotto controllo? Città ordinate e pulite? Il rispetto per il cittadino? Una sanità funzionante? L’unità e la solidità delle famiglie? Il rispetto per il crocifisso? Il rispetto degli orari di lavoro? Il controllo dell’usura? La salute dell’infanzia? Una Giustizia giusta?

   Risponde Alessandro Mezzano con un recentissimo scritto, che propongo: <Solo il Fascismo, con il pensiero di Benito Mussolini, che fu senza dubbio alcuno, oltre che l’unico vero rivoluzionario del XX° Secolo il suo più grande statista, era riuscito a spazzare le ragnatele della politica lanciando finalmente nuove idee, moderne, originali e risolutive che ancora oggi sono di attualità per la semplice ragione che sono in grado di risolvere l’eterno conflitto tra ricchi e poveri, tra capitale e lavoro, tra egoismi e solidarietà individuando la terza via che, con la mediazione attiva del potere di uno Stato etico, era riuscito a trasformare i conflitti in sinergie e le differenze in complementarità nell’ambito di una Nazione compatta e solidale! Tutta la legislazione del ventennio, che culminò con l’apoteosi della socializzazione che vide i lavoratori nei Consigli di Amministrazione delle aziende, è stata una ininterrotta marcia verso la realizzazione di quegli ideali ed ancora oggi, l’intero impianto dello Stato sociale italiano è retaggio del Fascismo>.

   Ma gli italiani (diciamo pure: gli “europei”), è noto, sono intelligenti: hanno infatti assassinato quell’uomo che tanto aveva osato, lo hanno impiccato per i piedi, oltraggiato il cadavere, condannandolo, ancora oggi, come “male assoluto”, e scodinzolano fedeli e contenti nei confronti di coloro che hanno portato cotanta liberazione.

   Italiani (ed europei): intelligenti e furbi.